IL FIUME E IL DESERTO – Parte trentatreesima: Cielo di metallo

Luglio. Anno del Signore 1530.

 

La collera aveva abbandonato Lucrezia Borgia, placata dal perverso piacere di aver colato a picco la marina ottomana. Quanto sarebbe durata quell’effimera pace interna prima che la brama di vendetta la riprendesse? La risposta fu dura, fortunatamente pronunciata da Shimada.

«Purtroppo, siamo costretti a volare molto lentamente per risparmiare energia: l’aria scaldata dalla lava ci mantiene in cielo, ma dobbiamo far girare le eliche al minimo.»

«Entro quanti giorni saremo a Nippon?»

«Tre settimane, mia signora»

La collera la riprese.

«Troppo tempo!»

Lucrezia conosceva Shimada. Lui avrebbe interpretato le sue parole come l’ordine di trovare una soluzione al problema. Una piccola inflessione scosse la maschera che sembrava non mostrare emozioni. Poi parlò.

«Se facessimo il pieno a Stromboli, entro due giorni potremmo riprendere il volo a piena velocità e in una settimana potremo rivedere il nostro amato Fusijama, il re dei vulcani e anticipare la riscossa.»

                                                                        ***

Sebastiano Veniero camminava avanti e indietro come un leone in gabbia sul ponte della aerogaleazza caposquadra. Le pantofole facevano perfettamente presa sul metallo. Pratiche, ma simbolo ridicolo della sua situazione.

Un eroe pantofolaro, agli ordini di un maledetto genovese ammalato di prudenza. Non solo nei riguardi del nemico, ma anche del suo secondo. Anziché la metà della flotta, gli aveva lasciato si e no un terzo, tra aerogaleazze e vascelli minori e porta ornitotteri. Di sicuro temeva che lui avrebbe agito di testa propria. E ne aveva ben d’onde.

Lui, figlio di Venezia, non avrebbe esitato a gettarsi in battaglia contro i giapanghesi. Per San Marco! La loro flotta era stata dimezzata. E le munizioni erano state usate contro i turchi. Di sicuro erano a corto di missili e bombe e si stavano ritirando, ma, per precauzione, Doria gli aveva affidato il compito di pattugliare la zona a sud della Sicilia. Se quelli si fossero mostrati in quell’angolo di cielo, lui avrebbe dovuto avvisare il grosso della flotta.

Si guardò allo specchio, in elmo, corazza, archibugio di precisione e ciabatte in quel ruolo di piantone. Se il pericolo giallo si avvicinava, lui avrebbe chiamato la mamma. Mamma Andrea. Figlio di Genova, la Superba, l’antica, secolare rivale di Venezia.

La voce della vedetta fu come il risveglio dal letargo.

«Vascelli volanti in vista! Cinque.»

Tolse gli occhi dall’immagine dell’eroe ciabattone e afferrò il cannocchiale. La forma ovale dei velivoli non lasciava alcun dubbio. Si stavano dirigendo verso Stromboli, e, avrebbe detto, molto lentamente, elefanti goffi, facile preda di veloci cacciatori.

Al diavolo la prudenza del genovese, lui era figlio di Venezia, erede di Roma antica. Mormorò il motto degli antichi quiriti: «La fortuna arride agli audaci». Diede un’ultima occhiata alle pantofole e le immaginò come sandali di un antico legionario.

In un attimo decise che non sarebbe stato una sentinella dei cieli. Avrebbe consegnato a Doria almeno due bandiere nemiche catturate, testimonianza di aver ridotto ulteriormente la flotta avversaria. Declamò una frase tra sé e sé.

«Venni, vidi, vinsi»

Ne urlò una al megafono sempre ispirata allo stesso personaggio: «Il dado è tratto. Prue contro il nemico. Sbandieratore, segnala alla squadra. All’assalto!»

                                                                           ***

Shimada vide la squadra italiana avanzare. In un attimo valutò le proprie risorse: gli ornitotteri avevano esaurito i missili ma rimanevano alcune bombe a disposizione. Ciononostante ordinò che tutti si levassero in volo, perché, sapeva, il nemico non si sarebbe mai aspettata la nuova strategia.

Le portaornitotteri italiane più piccole disponevano soltanto di cinque velivoli ciascuna. Già l’effetto psicologico sul nemico sarebbe stato spaventoso nel vedersi piombare addosso una forza volante quattro volte più numerosa. O forse il comandante di quella flottiglia era un audace? L’arrivo di una ventina di ornitotteri lo confermò.

Aspettò a dare l’ordine di decollo alla sua aviazione e attese che il nemico si gettasse allo sbaraglio, come uccelli contro porcospini. Un nugulo di missili italiani precedette i velivoli. Gli antimissili magnetici li intercettarono distruggendoli uno dopo l’altro. Gli italiani insistettero nell’attacco sorvolando i ponti e lanciando bombe, che esplosero in aria dopo l’impatto coi proietti magnetici.

La cosa non fiaccò la veemenza italica che si gettò in picchiata mitragliando con i rivoltoni il ponte e danneggiando un paio di ornitotteri. Non rimanevano molti antimissili, ma bastarono; lanciati, inseguirono gli ornitotteri italiani, che cercarono di distanziarli, ma erano troppo lenti per evitare l’impatto che li fece esplodere, uno a uno.

                                                                            ***

Sebastiano Veniero assistè allo sfacelo della propria aviazione. Incomprensibile, quei missili sembravano esseri vivi e inseguivano gli ornitotteri. E mentre i suoi uccelli meccanici cadevano, quelli nemici si alzarono in volo. Evidentemente avevano più munizioni di quanto lui non avesse creduto. Nonostante i propri antimissili non seguissero i bersagli come quelli dei giapanghesi, ne avrebbero abbattuti un bel po’.

Così fu e almeno una decina cadde. Ma gli altri avanzarono, senza però lanciare missili. Pazzi! Come aveva calcolato li avevano esauriti. Lanciare bombe non sarebbe servito a molto contro aeronavi agili e mobili. L’unico pericolo erano le mitraglie, ma, avrebbero dovuto risparmiare le munizioni.

Pazzi! Ripetè nella mente quando vide i primi ornititteri di Giapangu gettarsi contro le aerogaleazze facendole esplodere. Non era possibile. Quello era un attacco suicida. Nessun uomo con il senno a posto sceglieva di morire così.

Nessun italiano. Ma quelli appartenevano a un’altra cultura. Coraggio o fanatismo? Almanaccò l’ipotesi che quelle macchine fossero come gli antimissili, ossia dotati di congegni automatici per trovare il bersaglio. Ma quando vide l’ornitottero calare in picchiata verso la sua nave puntò il cannocchiale dell’archibugio di precisione e vide un volto asiatico, vivo e convinto del proprio prossimo martirio.

Il pilota non aveva elmo, ma una fascia in fronte con un sole rosso in centro. In un ultimo atto di eroismo incosciente Veniero sparò un attimo prima dell’impatto. L’ultima cosa che vide fu un nuovo sole rosso sulla fronte del figlio di Giapangu. Seguì una deflagrazione e un ammasso di metallo rovente. L’ultima cosa che vide fu i propri piedi che ancora calzavano le pantofole.

                                                                            ***

Ahmed scrisse il messaggio cercando di essere più conciso possibile. Il tempo stringeva e aveva sentito che entro due giorni la squadra di Shimada avrebbe lasciato Stromboli, dopo aver fatto il pieno di lava. Lucrezia Borgia non si fidava di lui, sospettando una fedeltà a Fatima e lo faceva tenere d’occhio. Fortunatamente era entrato nelle grazie di Salai che ormai lo considerava il proprio schiavo personale.

Nel messaggio informava degli antimissili magnetici, dei piani di Salai di trapiantare un cervello umano in un automo e dell’ubicazione della base del triumvirato presso un vulcano chiamato Fusijama da dove avrebbero ricostruito la flotta entro breve. Di più non poteva fare prima di partire con la squadriglia alla volta del Giapangu con la speranza di poter restare nelle grazie dell’ingegnere e poter agire dietro le linee nemiche.

Due notti dopo, prima di salpare, una monaca maltese si imbarcò con loro. Venne a sapere che era stata quella traditrice a uccidere la guarnigione italiana con dei fumi velenosi e grazie a lei e l’isola era in mano nemica. Ma ora che i giapanghesi si stavano ritirando, la vigliacca temeva rappresaglie e sarebbe fuggita con loro.

Mentre la gigantesca nave decollava, Ahmed, lesto, avvolse il messaggio attorno a una freccia. Afferrò un arco, aprì il finestrino e scoccò il dardo. Richiuse il vetro e rimise a posto l’arco. Consapevole di avere compiuto il proprio dovere, si preparò al lungo viaggio.

CONTINUA…

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di Paolo Ninzatti

Racconto breve ambientato nell’universo del romanzo “Le ali del serpente” dello stesso autore.

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