IL FIUME E IL DESERTO – Parte ventunesima: Grecia eterna

Giugno. Anno del Signore 1530

I quattro minareti di Santa Sofia testimoniavano l’effimero passato sotto il dominio ottomano. Il vessillo della Repubblica Bizantina, il Sole Macedone con al centro l’immagine di Pallade Atena che garriva sul Topkapi, sembrava confermare la continuità tra la cultura della Grecia Antica e quella moderna.

Kemal stesso, nato in Macedonia e ora condottiero ottomano, si sentiva erede dell’ellenismo, nonostante in quelle terre l’attrito tra Oriente e Occidente spesso si sedava cedendo posto all’armonia tra i due modi di vivere e vedere. La leggenda di Troia simbolizzava la lotta tra Levante e Ponente, che era proseguita nelle Guerre Persiane.

Alessandro il Grande, il suo illustre compaesano, li aveva armonizzati, abbracciando tutte le fedi al di qua e al di là del Bosforo, piccolo tratto di mare che separava, o univa, Europa e Asia.

Kemal era al comando di un’enorme armata ottomana, che, non appena la guerra fosse iniziata, avrebbe invaso la Repubblica Bizantina, rinnovando le Guerre Persiane. Avrebbe ubbidito agli ordini di Solimano, ma non condivideva quel voltafaccia del Sultano, indignato per il tradimento italiano, del quale lui non era affatto convinto. Non vi era alcuna prova che la Serenissima Repubblica sostenesse la nuova regina d’Egitto.

Solimano e il Doge erano sempre stati amici, e adesso gli stava scatenando addosso quei due pirati. Ironia della sorte, Barbarossa era greco e Dragut italiano. E lui, macedone. I venti di guerra santa sarebbero divenuti uragani entro poco e uomini convinti di battersi in nome di Cristo o Maometto avrebbero invece fatto il gioco di altre forze, occulte e nascoste. Lo sapeva, lo sentiva.

E aveva creduto a delle voci locali, nei pressi delle rovine di Troia, in una zona territorio ottomano ma abitata da gente di stirpe greca.

Cercò di non considerarsi un trasgressore agli ordini mentre, da solo, travestito da greco camminava per le strade di Costantinopoli. Era come se avesse assunto un’altra identità. Nessuno dei suoi soldati doveva sapere dove si trovava.

L’unica paura che aveva era che Allah lo giudicasse per aver dato fede a tradizioni pagane. Ma la sua missione era per la vittoria delle truppe ottomane, per l’Islam e per la riconquista della città. Ironia della sorte, neppure i greci, per la maggior parte cristiani ortodossi e drogati di modernità, credevano a quel mito. Solo una minoranza.

Ragione per cui la reliquia non era custodita da guardie armate, ma da inermi sacerdotesse. E neppure in basiliche o templi: il Palladio si trovava in una cappella situata in un quartiere povero. Una statuetta di legno. Niente oro o gioielli. Eppure, la leggenda sosteneva che la statua di Pallade Atena aveva protetto la città di Troia dall’assedio greco ed era caduta soltanto dopo che Ulisse e Diomede l’avevano rubata.

Strinse lo stocco e per un attimo si identificò nei due ladri greci, mentre la porticina della cappella si stagliava, erosa dal tempo e dalla mancata manutenzione a pochi passi da lui. La porta cigolò quando Kemal la aprì. La luce del sole invase l’ambiente scuro che odorava di legno insecchito e sembrò illuminare l’effige della dea pagana, pronta per essere presa. Solo un attimo dopo notò la donna. Vestiva in un anacronistico peplo. Gli sembrò di stare viaggiando a ritroso nel tempo. La pretessa si voltò. Lui sfoderò la spada e minacciò in greco.

«Non voglio ucciderti. Voglio il Palladio, ma se ti opporrai sarò costretto a trafiggerti.»

La donna lo fissò con uno sguardo indignato che non esprimeva alcuna paura. Fu lui a provare timore per tanta baldanza. Forte della lama che impugnava, avanzò, sperando che alla fine quella cedesse. Invece, fu lei a contrattaccare.

Fece un salto, atterrando a un passo da lui. Sferrò un calcio al polso e la spada gli cadde. Una manata al collo lo fece quasi svenire. Cadde in ginocchio in procinto di perdere i sensi. La pretessa lo sovrastò. Lui cercò protezione nella fede e declamò un «Inshallah». La donna sorrise e replicò.

«Un musulmano che crede in un mito pagano. Solimano ha paura della dea e manda il suo agente, novello Ulisse o Diomede a trafugarla. Essa è qui da dopo la riconquista, portata dalle rovine di Ilio. Potrei finirti con un colpo al plesso solare. La tecnica del kung fu cinese è letale, ma accetto l’apertura mentale tua e di chi ti manda e ti risparmio. Torna tra i tuoi e riferisci che il Palladio protegge la Grecia Eterna.»

                                                                          ***

Satanico gioiva. Finalmente la mummia veniva portata via per sempre. Niente più grilli per la testa o profezie distorte. Essa sedeva immobile sul tronetto portato dalle prigioniere guidate da Fioravante. Doveva ammettere che il potere ipnotico della regina era efficiente. I prigionieri liberati camminavano come fossero stati automini, a passo, i loro occhi guardavano nel vuoto intonando una litania lugubre, il canto della morte.

Fatima seguiva il corteo con lo sguardo. Alzò la mano come per dare l’ultimo addio all’antica regina. E mentre la processione si allontanava nel deserto, Satanico scorse negli occhi di Lucrezia una specie di rammarico, come se stesse perdendo una preziosa sibilla. Ma non appena tutta la fila svanì all’orizzonte, vide negli occhi dell’alleata il compenso per la perdita, mentre quella fissava la patacca dorata al collo dell’agente Ahmed.

Fu Iside a rompere il silenzio.

«E ora sono pronta a partire per Parigi al calar della notte.»

                                                                          ***

Capitan Angelo e il Condottiero Tagliaferri saltarono fuori dal nascondiglio non appena scorsero le loro spose e figlie nella strana processione. Nonostante non capissero perché si portassero appresso una mummia, la gioia di rivederle in vita pose ogni questione in secondo piano. Furono abbracci e baci per qualche minuto. Dopodiché fu Loretta a mettere in chiaro tutto.

«Quella mummia è la prigioniera più illustre e pericolosa mai catturata della Serenissima Repubblica.»

Spiegò del rapimento della regina e della sostituzione con la gemella mentre si incamminavano verso il Nilo.

                                                                          ***

Cieca, muta, impotente e umiliata. Fatima era stata per ore fasciata e capace di udire ogni cosa al di là delle bende. La frustrazione di non poter soggiogare quei vili al suo sguardo o alle litanie magiche era stata quasi uguale a quella di non poter neppure poter avvisare alcuno, invocare aiuto.

In quei lunghi attimi anche Lukia sarebbe stata benvenuta a scioglierle le bende e liberarla dalla prigionia. Le finte litanie dei prigionieri liberati che la portavano via avevano coperto i gemiti soffocati che tentavano di avvisare dell’inganno. Quei vigliacchi avevano pensato a tutto, maledetti.

E poi quelle grida di gioia quando si erano incontrati con la forza d’attacco che contrariamente a quanto creduto non era stata eliminata da Ahmed. E la voce di quella Loretta aveva spiegato che l’agente era stato liberato dalla schiavitù mentale e che il piano per rapirla era stato architettato dalla figlia di Fioravante.  Erano poi seguiti scherni nei suoi riguardi. La voce di Fioravante che le ricordava quanto avesse sofferto sua sorella nelle condizioni in cui lei si trovava ora. Stolto ignorante.

Basma sotto ipnosi era come in uno stato tra la vita e la morte, senza bisogno di essere nutrita, risvegliata solo quando doveva vaticinare. Lei, invece, col passar del tempo cominciava a soffrire della mancanza di cibo. Ogni tanto qualcuno le versava dell’acqua attraverso le bende e il bavaglio, che lei succhiava, dissetandosi e confermando che i suoi rapitori non avevano intenzione di farla morire.

                                                                            ***

La notte nordafricana calò di colpo e il deserto si popolò. Lucrezia passò in rassegna i suoi uomini travestiti da soldati della forza d’azione italiana. Dietro alle visiere degli elmi si celavano volti dai lineamenti nordici o asiatici.

Fatima, in calzebraghe, stivali e divisa pur non vestita da regina era al comando della spedizione, con i gradi da condottiero. I capelli neri erano raccolti sulla nuca e quando si mise l’elmo, sarebbe stata scambiata per un uomo. Così era stato quando aveva soggiogato Solimano.

Lucrezia seguì con gli occhi i fanti e la regina salire a bordo dell’aeronave mentre i rotori aumentavano di velocità. Le fiaccole illuminavano l’aeroporto e le gigantesche portaornitotteri, che sovrastavano il molto più piccolo velivolo in procinto di decollare. Infine, come una falena notturna, l’aeronave si staccò da terra, e in breve venne inghiottita dalla notte.

Finalmente libera di agire. Non avrebbe perso neppure un attimo. Ironia della sorte, tutto il piano per la sostituzione del talismano non era stato necessario, ora che la stessa regina l’aveva affidato ad Ahmed. Si affrettò ad incontrare l’agente.

Mentre camminava, un orologio meccanico suonò la mezzanotte. Giugno, mese consacrato a Giunone terminava e luglio, quello dedicato a Giulio Cesare iniziava. Pensò a suo fratello ma anche all’omonimo grande romano e alla serie degli imperatori.

CONTINUA…

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di Paolo Ninzatti

Racconto breve ambientato nell’universo del romanzo “Le ali del serpente” dello stesso autore.

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