Il mostro del bosco -1 di 2

Il pretore Albinus era stato trasferito in una delle province ai confini dell’impero. La sua cattiva condotta in Roma aveva convinto il senato che era meglio per lui uscire di scena senza clamori.

Non volevano privarsi di un funzionario tutto sommato capace e in grado di assolvere il suo compito, solo che in una città come Roma la concorrenza era tale che i pettegolezzi, le male lingue e l’invidia di suoi simili avevano minato la fiducia nel palazzo del potere. Per evitare che la cosa degenerasse gli era stato assegnato il comando di una delle provincie più lontano dalla capitale.

Dopo un viaggio con la famiglia al seguito, durato circa dieci giorni attraverso il territorio nazionale arrivarono nella terra degli etruschi italici, al confine con le pianure del nord. La provincia era una di quelle difficili da gestire, il territorio era prevalentemente montuoso, distese di boschi a perdita d’occhio, strade quasi inesistenti e una popolazione di uomini abituati a vivere sui monti. Gente che non voleva o non sapeva vivere con gli agi e il lusso al quale erano abituati i cittadini di Roma.

La moglie di Albinus, appena arrivati, cominciò subito a lamentarsi di quello che vide. Le case non erano costruite secondo il criterio che i padroni abitassero al piano terra, con i giardini e le camere lontano dalle cucine, che invece erano ai piani alti per non soffrire dei fumi.

Le case di montagna erano piccole, raccolte e con un numero di stanze molto ridotto per non disperdere il calore, anche le stalle erano adiacenti per ricavarne in parte calore. Lei era una patrizia romana e non voleva vivere in quel modo da barbari.

“Hai visto a cosa ci ha portato la tua inettitudine? Un pretore di Roma che non ha saputo conservare un minimo di dignità e di potere. Ti hanno sbattuto quassù come un oggetto che non serve più. Io non resterò a lungo in questo posto isolato dal mondo”.

“Taci donna, non sai che cosa dici. Devi piuttosto ringraziare che ci hanno concesso di ritirarci senza dover subire l’umiliazione di un processo o di qualcosa di ancora più terribile. È vero, ho fatto qualche errore di valutazione, ma il mio precedente operato è stato apprezzato dal senato così mi hanno offerto questa opportunità, quindi ti consiglio vivamente di darti da fare e allestire questa domus come si conviene al nostro rango. Si tratta solo di modificare il nostro modo di vivere, almeno fino a quando non cambieranno i vertici del potere a Roma allora potremmo pensare di ritornare. Ora devo uscire e prendere parte al comitato di accoglienza, ci sono i maggiori esponenti dei notabili che mi vogliono offrire il benvenuto di rito. Tu datti da fare per mettere a posto la casa fra non molto dovremo cominciare a invitare gente e devono vedere la magnificenza di Roma di cui io sono un rappresentante”.

“Uffa! Quante chiacchiere che fai marito, questi quattro bifolchi di montanari cosa vuoi che sappiano dei fasti di Roma. Vai e fatti valere, almeno ci portino rispetto! Tu sei la massima autorità e nessuno deve metterla in discussione”.

Quando ebbe finito di parlare si allontanò con piglio autoritario decisa prendere possesso di quella strana casa che non aveva nulla della sua splendida villa sull’Appia alle porte di Roma.

“Domitilla, Galeria e anche tu Rufia, venite con me facciamo un giro d’ispezione, vediamo cosa possiamo modificare in questo che mi sembra un lupanare”.

Le tre schiave si affrettarono a seguire la loro padrona, conoscevano bene la sua proverbiale acidità nel comando, era meglio obbedire e in fretta.

Dopo alcuni giorni di intenso lavoro, mentre Albinus intratteneva i suoi subalterni, per impartire gli ordini, Apuleia aveva sistemato in parte la dimora che doveva ospitarla chissà per quanto tempo.

“Bene mia cara Apuleia, vedo che sei riuscita a rendere presentabile questa casa, sia lode a Giove! Allora potremo invitare un po’ persone, sarà meglio entrare nelle loro simpatie se vogliamo restare in questa comunità. Con le provviste come siamo messi? Hai dato disposizioni in merito?  Mi sembra che fra le tue ancelle Rufia sia quella più capace di muoversi tra il popolino, se non sbaglio lei è nativa di queste parti”.

“Si, mi ha detto che è contenta di poter tornare nella sua terra, avrà più occasioni di poter vedere qualche familiare, se sono rimasti in vita. Non cambiare discorso, non fare il furbo con me Albinus, io mi sono prestata a riordinare questa topaia perché non potevo fare altrimenti, ci devo vivere anche io, ma ciò non cambia il mio pensiero, qui non mi piace. Siamo in piena campagna, circondati da montagne, non ci sono strade, niente da fare tutto il giorno, nemmeno un bagno termale, come manterrò la mia linea e la mia bellezza se non ho nemmeno l’acqua? Questo tutto per colpa tua, quello che accadrà sarà sempre colpa tua, ricordalo, quando me ne sarò andata. Non so quanto potrò resistere in queste condizioni”.

“Credo che tu abbia parlato troppo Apuleia, ora basta! Non è offendendo me o imprecando che cambierai la situazione, stai calma e prendi quello che abbiamo, cerca di trovare del bello anche in questo luogo che ancora non conosciamo. Siamo appena arrivati, diamoci del tempo per perlustrare la zona, non si può mai sapere cosa ci riserva il territorio. Chiedi a Rufia di descriverti le cose che si possono fare. È pronto il pasto?”

“Non saprei, ho dato ordini in merito, ma non so cosa hanno fatto, credo delle verdure che alcuni valligiani hanno portato in omaggio, non c’è stato il tempo di provvedere.  Voglio mandare Rufia al mercato proprio per questo”.

“Bene donna, le cose cominciano bene sotto l’occhio tutelare dei Lari, procura di non far mai mancare l’olio davanti alle are a loro dedicate. Non vogliamo certo inimicarci gli Dei, vero cara?”

Nei giorni successivi la vita piano piano si stava incanalando su un iter di quasi normalità, restava sempre la faccia dura e aspra di Apuleia che ancora non si arrendeva. Aveva chiesto alla sua ancella di spiegarle le attrattive di quella regione e lei si era dilungata sulla bellezza delle montagne, la salubrità dei boschi, la freschezza delle acque e il cibo genuino che la gente del posto coltivava con amore. Un tipo di cereale adatto per le zuppe molto buono e nutriente, i funghi, le castagne, i legumi delle colline erano i migliori in assoluto.

Ogni giorno la schiava le parlava di queste cose, Apuleia ascoltava ma ancora non si convinceva, lei era abituata a condurre una vita più agiata, non aveva mai dato importanza cose come il cibo e le sue caratteristiche. Le sue giornate romane erano dedicate in maggior parte alla cura della sua persona, alle terme dove manteneva la sua pelle eburnea e chiacchierava con le amiche matrone.

Capitò un giorno che Rufia di ritorno dal mercato, aveva con sé un fascio di asparagi selvatici. Era primavera e la montagna si risvegliava dal letargo invernale; i primi ad uscire erano proprio gli asparagi. Erano amari ma sapendoli cucinare ne uscivano fuori dei veri manicaretti.

“Ecco – disse Rufia – oggi ho trovato questi asparagi che sono buonissimi e fanno anche bene alla salute, facilitano l’espulsione dei liquidi”.

“Allora secondo te, stupida, io dovrei mangiarli e poi andare in giro come una cagna a pisciare nelle terre. A Roma avevo le mie belle terme, quelle si che facevano bene alla salute non le tue erbe amare”.

“Ma mia signora anche qui abbiamo acque che fanno bene, ci sono i bagni, noi ci andavamo sempre quando c’era la necessità di purificarci”.

Nel sentire quelle parole Apuleia scattò come se fosse stata morsa da un serpente, guardò con occhio torvo la spaventata ancella che si ritrasse per paura.

“Avete delle terme e non mi hai detto niente, cosa credevi di fare non dicendolo? Hai sentito che sto pregando il pretore di riportarmi a Roma perché non ne posso più di stare chiusa in casa, sai che ci sono queste terme e non me lo hai detto subito? Dovrei farti frustare a sangue per questa negligenza. Ti ordino di far preparare un carro e di portarmi subito dove si trovano, intanto aiutami a preparare dei pepli adatti alla circostanza, non voglio certo sfigurare con voi gente di montagna”.

“Mi perdoni signora, forse non mi sono espressa bene nel dire che ci sono le terme”

“Cosa? Non mi dirai che era una bugia questa volta ti faccio frustare davvero sai?”

“Non è così, le terme ci sono, certo non sono organizzate come quelle di Roma, le nostre sono solo delle semplici fosse nel terreno dove andavamo a bagnarci, ma ormai non ci va più nessuno. Sono abbandonate da tempo”.

La matrona la guardò stupita, quello che sentiva era come un’offesa: terme che non erano terme, ma vasche all’aperto, come le bufale che allevavano nella terra intorno a Roma, avevano bisogno di immergersi come facevano questi montanari. Lei era una romana di rango elevato doveva stare nell’acqua insieme alla plebe, assurdo! Poi l’aveva colpita l’ultima frase della ragazza, non ci andava nessuno, perché?

“Senti Rufia, a parte la faccenda che mi hai tenuto nascosta una notizia importante come questa, e faremo i conti, ora mi devi dire come mai parli al passato, non sono più usate hai detto”.

“Sì, padrona, prima queste terre erano felici e si viveva bene, anche se con i disagi che può portare la montagna, nessuno di noi si lamentava. Poi sono arrivati i romani, perdonatemi, ma è la verità. Ci sono stati molti cambiamenti alcuni buoni e altri invece, hanno contribuito a…”

“Come osi dire che noi romani abbiamo portato scompiglio in questi monti? Avete avuto il benessere, le leggi romane che vi proteggono da invasori, state vivendo un periodo di progresso che non avete mai visto in vita vostra e stai anche discutere? Bada a te Rufia, la frusta si avvicina sempre di più. Io avevo solo chiesto perché non vi lavate più alle terme. Rispondi, e senza accusare noi”.

“Mea culpa, padrona ma ho dovuto dire quelle cose che io non penso, ma erano per rispondere alla vostra domanda. Abbiamo rinunciato ad andare alle terme per la paura, mia padrona. Solo il terrore ci tiene lontano dal bosco. Tutto è cominciato da quando siete arrivati voi. Dopo il vostro insediamento sono successe cose terribili vicino alle terme.

Chi era andato per purificarsi nelle acque non è più tornato. Ci sono state molte sparizioni, in quel bosco ci deve essere un dio malefico. Da allora non siamo più andati, nessuno ha il coraggio di rischiare”.

“Lo sapevo che eravate un popolo di ignavi. La paura! Di cosa poi? Qualcuno ha visto per caso una fiera, una bestia terrificante che mangia gli uomini, o sono solo voci senza nessuna prova?

L’ancella impaurita dalla violenza della padrona rimase in silenzio, ogni parola detta poteva essere male interpretata, meglio tacere.

“Allora sai che facciamo adesso? Ci andiamo noi. Prepara il carro e tutte voi venite con me. Andiamo a caccia di mostri e di Dei cattivi”

“No, padrona, è molto pericoloso, con il carro non ci si arriva bisogna attraversare il bosco a piedi, io ho troppa paura. Vi prego!”

“Quante lagne che fai, corri piuttosto, obbedisci, vai a preparare ciò che serve”.

Aveva deciso di andare a vedere con i propri occhi quanto aveva detto la schiava, non poteva fidarsi delle parole di una ancella ignorante.

“Fai preparare il carro e andiamo, portate delle vesti pulite e qualcosa da mangiare potremmo far tardi e potrebbe venirci fame lungo la strada. Dimmi Rufia, è lontano questo posto?”  

“No, padrona, forse con il carro possiamo impiegare un’ora di viaggio, poi però dobbiamo lasciarlo, non c’è una strada che porta fin sopra, ci si arriva a piedi per un piccolo sentiero attraverso un bosco”.  

“E io dovrei camminare a piedi in un bosco? Ma siete diventate tutte matte all’improvviso?  Non posso portare la portantina? Mio marito ha tanti schiavi, ne prendo quattro e andiamo”.

“Non credo sia possibile padrona, il sentiero è stretto e impervio, impossibile portare una lettiga”.       

“D’accordo, per questa volta sorvolo sul fatto che ti sei permessa di mentire alla tua padrona. Che questa cosa non si ripeta mai più! Voi dovete solo obbedire e basta, altrimenti per voi c’è la frusta. Allora è pronto il carro?”

“Si padrona le altre hanno provveduto, possiamo partire”.

CONTINUA…

di Lorenzo Barbieri

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