Iliade – riassunto

Eroi dell’ Iliade, di Tischbein

Riassunto

LIBRO I

Siamo nel decimo anno di guerra di Troia. Nell’accampamento degli Achei si diffonde un terribile morbo: è il castigo decretato dal dio Apollo come punizione per aver sottratto la figlia Criseide al vecchio Crise, sacerdote del dio;

poco tempo prima, il padre della giovane ne aveva implorato la liberazione in cambio di un riscatto, ma Agamennone lo aveva cacciato via in malo modo; Apollo si era vendicato contro l’empietà degli Achei flagellando l’esercito con i suoi fulmini.

La causa dell’epidemia viene svelata dall’indovino Calcante; suo malgrado, Agamennone si rassegna a restituire Criseide alla famiglia, ma in cambio ordina ai capi Achei di consegnargli un’altra schiava: la bella Briseide, la schiava preferita di Achille.

Scoppia un feroce litigio tra Achille ed Agamennone, nel quale i due per poco non vengono alle mani: il figlio di Peleo si rassegna e consente alla consegna di Briseide, ma si ritira nella sua tenda e giura di non prendere più parte ai combattimenti assieme ai suoi guerrieri Mirmidoni.

Sulla riva del mare, Achille invoca sua madre (la dea Teti) e chiede vendetta per le offese ricevute; Teti sale allora sul Monte Olimpo per chiedere giustizia per il figlio: Zeus in persona promette di accontentarla.

Nel frattempo, Odisseo (Ulisse) provvede a riportare Criseide a suo padre e, insieme a lui, fa celebrare sacrifici per placare l’ira di Apollo.

LIBRO II

È notte nell’accampamento acheo. Il dio del Sogno scende nella tenda di Agamennone e gli consiglia di far armare l’esercito (“Oggi potrai espugnare la città dei Troiani”); la mattina dopo, il re – ispirato dalla visione che egli crede premonitrice ma che in realtà è frutto dell’inganno di Zeus – convoca i duci achei e li istruisce sul suo piano: per spronare l’esercito, egli annuncerà la sua intenzione di voler tornare in patria: è convinto che, facendo leva sull’amor proprio dei guerrieri, li indurrà a combattere con maggior vigore.

I soldati, però, accolgono la proposta di tornare con gioia ed entusiasmo; incoraggiati da Tersite, il più brutto e il più vile di tutti gli Achei, essi si apprestano a lasciare la costa quando Odisseo, dopo aver zittito lo stesso Tersite percuotendolo con uno scettro, li convince a rinnovare la battaglia contro Troia.

Gli Achei si schierano per la battaglia: Omero invoca le Muse descrive i comandanti delle navi e la flotta al completo dell’esercito ellenico. I Troiani apprendono che il nemico si sta preparando alla battaglia e si schierano anch’essi assieme a tutti i loro alleati.

LIBRO III

Troiani ed Achei sono schierati, pronti alla battaglia: Paride (Alessandro) è nelle prime file, ma non appena scorge il rivale Menelao torna sui suoi passi. Scosso dalle male parole del fratello Ettore, che lo accusa di vigliaccheria, Paride decide di sfidare a duello lo stesso Menelao: al vincitore spetteranno Elena e le sue ricchezze.

Troiani e Achei suggellano con dei sacrifici un patto solenne: durante il combattimento i due eserciti osserveranno una tregua. Dall’alto delle mura, il re di Troia Priamo osserva lo schieramento acheo e chiede a Elena, che è seduta accanto a lui, di fargli i nomi dei principali condottieri degli Achei.

Ha inizio il duello tra Paride e Menelao: la spada dell’Atride si frantuma e sfugge di mano al guerriero acheo; questi, furente, si avventa sul rivale e lo afferra per l’elmo; Paride sta per morire soffocato dalla cinghia, ma la dea Afrodite interviene a salvare il principe troiano: lo avvolge in una densa nebbia e lo conduce nel suo talamo, dove viene raggiunto dalla bella moglie.

Nel frattempo Agamennone proclama Menelao vincitore del duello e chiede a gran voce la restituzione di Elena e della sue ricchezze.

LIBRO IV

Gli dei dell’Olimpo sono riuntiti in concilio ed osservano dall’alto le sorti della guerra; spinti da Atena e soprattutto da Hera (che cova un odio intenso per la città di Troia, non avendo ancora perdonato l’umiliazione del giudizio di Paride), Zeus e gli altri dei acconsentono alla continuazione della battaglia.

La dea Atena viene inviata nell’accampamento troiano per far riprendere le ostilità: si avvicina ad un arciere dei Teucri, Pandaro, persuadendolo a scagliare una freccia contro Menelao, che incede superbo tra i Troiani reclamando la restituzione di Elena. Il dardo viene tuttavia deviato dalla stessa dea Atena per cui l’Atride venne ferito solo di striscio; gli Achei gridano al tradimento.

Gli Achei si schierano in assetto da battaglia e così i loro avversari (Troiani e alleati): Ares incita i Troiani, mentre Atena incoraggia gli Achei. Il combattimento ha inizio e, con esso, i primi duelli e primi caduti: tra i due eserciti si levano urla di lamento e di trionfo.

LIBRO V

La battaglia tra i due schieramenti prosegue. Gli Achei, guidati dal valore del prode Diomede, inizialmente hanno la meglio, ma la furia viene arginata ancora una volta da Pandaro, che riesce a ferire l’eroe. Con l’aiuto di Atena, Diomede riesce a riprendere il combattimento: sale sul carro da battaglia, sospinto a piene forze dal suo auriga, e si scontra ancora una volta con Pandaro uccidendolo con un colpo di giavellotto.

Diomede ingaggia quindi una lotta con Enea: il principe troiano sta per essere ucciso, ma interviene ancora una volta la dea Afrodite, che riesce a salvare il figlio con il suo velo magico. Il figlio di Tideo non si perde d’animo e scaglia nuovamente il giavellotto contro la dea, ferendola alla mano; poi si scontra per tre volte con il dio Apollo, accorso in aiuto della sorella: il dio rimprovera aspramente l’eroe per avere osato confrontarsi con i numi; Diomede, spaventato, indietreggia.

Nel frattempo, scende in campo a dare il sostegno ai Troiani Ares, il dio della guerra, che ridà forza e vigore all’esercito dei Teucri. La dea Atena interviene a rincuorare Diomede, spronandolo a riprendere le armi senza temere gli immortali. Il figlio di Tideo balza nuovamente sul suo carro da guerra e subito gli si para davanti il terribile Ares: nello scontro, la lancia di Diomede (guidata da Atena) ferisce il dio della guerra, che lancia un terribile grido di dolore e torna sull’Olimpo, dove viene guarito dal dio Peone.

LIBRO VI

Dopo il ferimento di Ares, le sorti della battaglia tornano decisamente a favore degli Achei; Diomede sta per affrontare Glauco, un alleato dei Troiani appartenente al popolo dei Lici: i due apprendono che le loro famiglie sono legate da un antico vincolo di amicizia e di ospitalità per cui rifiutano di incrociare le armi.

Su consiglio del fratello Eleno (che ha doti divinatorie), Ettore torna in città invitando la madre Ecuba e tutte le altre matrone a fare offerte agli dei per scongiurare la sconfitta. Prima di tornare a combattere, il primogenito di Priamo incontra anche il fratello Paride, che si trova nei suoi appartamenti in compagnia della bella moglie Elena; dopo gli aspri rimproveri di Ettore, che lo accusa di vigliaccheria, Paride si risolve ad armarsi di nuovo.

Ettore si reca poi a salutare la moglie Andromaca e il piccolo Astianatte, suo figlio: il colloquio tra moglie e marito è uno dei passi più commoventi di tutto il poema. Ettore non accetta la proposta della moglie di mettersi in salvo sulle torri: l’amore per la patria e il timore di essere considerato vile lo spingono a raggiungere il campo di battaglia con il fratello Paride.

LIBRO VII

Su suggerimento di Eleno (ispirato dagli dei Apollo e Atena), Ettore propone che si sospenda il combattimento e sfida a duello uno dei capi achei: a parte Menelao, tutti esitano a raccogliere la sfida; alla fine, si procede ad un sorteggio che designa come campione Aiace Telamonio, che si prepara quindi a combattere contro il principe dei Teucri.

I due tentano di uccidersi a vicenda a colpi di giavellotto e di spada, in uno scontro aspro che prosegue sino al calare delle tenebre e che viene sospeso solo dall’intervento degli araldi di entrambi gli eserciti: i due guerrieri prendono commiato scambiandosi dei doni.

Agamennone offre allora un banchetto nella sua tenda ad Aiace. Intanto, i portavoce dei due schieramenti acconsentono ad una tregua di un giorno per recuperare i corpi dei caduti; la proposta dei Troiani di restituire i tesori trafugati da Paride ma non Elena viene invece respinta sdegnosamente dagli Achei, che costruiscono rapidamente un muro e un fossato a protezione delle navi (dimenticano però i dovuti sacrifici agli dei provocandone l’ira: Zeus promette così a Poseidone che potrà distruggere il muro dopo la partenza degli Achei).

LIBRO VIII

Zeus raduna gli dei a concilio e proibisce loro di interferire nella battaglia tra Achei e Troiani; poi indossa una corazza e vola con il suo cocchio sulla cima del monte Ida per osservare i combattimenti: egli intende favorire l’offensiva troiana, assecondando il Fato e le promesse fatte a Teti.

Nella pianura, intanto, ricomincia lo scontro tra i due eserciti: Zeus fa esplodere un bagliore fiammeggiante tra le schiere achee, che battono in ritirata. Il solo Nestore, l’anziano re di Pilo, rimane sul suo carro in mezzo al campo di battaglia. Paride sta per ucciderlo, ma Diomede corre in suo soccorso; Zeus lo vede e scaglia un fulmine per fermarlo: nonostante le accuse di vigliaccheria di Ettore, Diomede fugge mettendo in salvo Nestore.

Nello scontro, che si prolunga per tutta la giornata, prevalgono nettamente i Troiani. Hera e Atena cercano di aiutare agli Achei in fuga, ma Zeus le richiama all’ordine minacciando punizioni esemplari. Sul far della sera, Ettore non fa rientrare l’esercito in città, ma propone a tutti i soldati di accamparsi presso le rive del fiume Xanto per non perdere il territorio conquistato; poi impartisce ordini per mettere su un banchetto e accendere quanti più fuochi possibili: tra gli Achei serpeggia lo sconforto.

LIBRO IX

Dopo la sconfitta, gli Achei i sono presi dallo sconforto: Agamennone è tentato ritornare in patria; Diomede, sdegnato, dichiara tutti gli Achei continueranno a combattere per espugnare Troia. Nestore, il più saggio e il più anziano tra gli Achei, consiglia di inviare ambasciatori ad Achille per indurlo a riconciliarsi con i compagni.

Agamennone riconosce di aver sbagliato e si dichiara disposto a restituire Briseide ad Achille e a fargli doni preziosi. Come ambasciatori, si recano alla tenda di Achille l’anziano Fenice, che è stato il suo precettore, Aiace Telamonio e Odisseo. Essi trovano Achille nella sua tenda, in compagnia di Patroclo, mentre canta imprese eroiche accompagnandosi con la cetra. Achille li accoglie amichevolmente e fa preparare per loro un banchetto.

Gli ambasciatori tentano di convincere Achille a riprendere le armi, evidenziando gli splendidi doni promessi da Agamennone. Achille rifiuta e annuncia che intende tornare a casa, rinunciando al suo destino di eroe chiamato ad una morte precoce. Fenice resta a dormire da Achille e Patroclo, mentre Odisseo e Aiace fanno ritorno e riferiscono ai compagni l’esito negativo dell’ambasciata: tutti sono turbati, ma Diomede rinfranca gli Achei.

LIBRO X

Nestore, il saggio re di Pilo, propone di inviare esploratori nel campo troiano per spiarne mosse e intenzioni. Si offre per la sortita notturna Diomede, che sceglie come compagno Odisseo. I due eroi si armano e si allontanano dal campo facendosi largo tra i cadaveri che giacciono nella piana.

Nel campo dei Troiani, Dolone si offre anche lui volontario per una incursione nel campo nemico: come ricompensa, però, egli chiede il carro e i cavalli di Achille. Durante la loro sortita, Diomede e Odisseo incontrarono Dolone, che – pur di avere salva la vita – tradisce i compagni rivelando ai due Achei notizie preziose sull’accampamento troiano; Diomede lo uccide per punirlo della delazione.

I due Achei penetrano così nel campo dei Traci, facendo strage dei nemici addormentati (tra le vittime anche il loro re, il giovane Reso); Odisseo e Diomede riescono infine a raggiungere le loro tende, dopo aver trafugato un carro ed una bellissima pariglia di cavalli traci.

LIBRO XI

All’alba Zeus manda Eris (la dea della discordia) nell’accampamento acheo e la battaglia si riaccende. Agamennone dà prova di valore compiendo grandi imprese in combattimento. Iris, inviata da Zeus, si reca da Ettore per consigliargli di stare fuori dal combattimento fino a quando l’Atride non sarà ferito.

Ed in effetti così accade: Ettore ne approfitta per contrattaccare; poi viene ferito da Diomede, ma l’elmo gli salva la vita. Paride scocca una freccia contro lo stesso Diomede, che – ferito ad un piede – è costretto ad allontanarsi dal campo.

Odisseo uccide numerosi nemici prima di essere colpito da una lancia troiana; Aiace e Menelao aiutano Odisseo ad uscire dalla mischia. Anche Macaone, medico degli achei, viene colpito. Ettore continua nel suo attacco: il solo Aiace Telamonio resiste oltre ogni limite e fa strage di nemici.

Achille, che dalla poppa della sua nave osserva gli avvenimenti, manda Patroclo a chiedere informazioni; questi incontra Nestore, che condanna la crudeltà di Achille: se il Pelide è così irremovibile, Patroclo potrebbe almeno farsi prestare le armi del Pelide e partecipare al combattimento, ingannando i Troiani. Mentre torna alla tenda di Achille, Patroclo incontra un altro ferito, il tessalo Euripilo, e cura la sua ferita.

LIBRO XII

Nonostante la strenua resistenza degli Achei, Ettore e i Troiani raggiungono il muro costruito dagli Achei a difesa delle navi (destinato ad essere distrutto dai numi, dopo la guerra). Polidamante, indovino troiano figlio di Pantoo, consiglia ai Troiani di non avventurarsi oltre il fossato con i carri perché rischierebbero di rimanere imprigionati, diventando facile bersaglio degli Achei: Ettore divide allora l’esercito in cinque gruppi.

Asio non segue il consiglio dell’indovino e si scaglia con il suo carro verso la grande porta del muro; gli Achei resistono con vigore. In cielo appare un’aquila in volo con un serpente vivo tra gli artigli: il rettile riesce a mordere l’uccello al petto e questi lo scaglia a terra.

Polidamante interpreta la visione come un infausto presagio, ma Ettore lo rimprovera aspramente: lui confida nella parola di Zeus che gli ha promesso la vittoria. Sulle torri del muro i due Aiaci infondono coraggio ai difensori perché non si perdano d’animo, mentre nello schieramento troiano spicca il valore di due principi alleati, Sarpedonte e Glauco (capi dei Lici).

Infuriano i combattimenti, durante i quali Glauco viene colpito dall’acheo Teucro, costringendolo a ritirarsi dal campo di battaglia. Ettore, però, rinvigorito dall’aiuto di Zeus, sfonda una delle porte con un enorme macigno e avanza minaccioso, seguito dalla massa dei Troiani. Gli Achei atterriti fuggono verso le navi.

LIBRO XIII

Ettore e i Troiani dilagano al di là del muro acheo: la battaglia si svolge vicino alle navi. Preoccupato per la sorte degli Achei e adirato con Zeus, Poseidone il dio del mare assume le sembianze dell’indovino Calcante per infondere vigore allo schieramento a lui caro, cominciando dai due Aiaci.

Ettore si slancia come un macigno che rotola da una vetta: avanza di continuo, investe tutto ma poi è costretto ad arrestare lo slancio di fronte alla schiera compatta degli Achei. Lo scontro infuria violento, con episodi assai cruenti.

Poseidone prende la voce di Toante per rivolgersi a Idomeneo e incitarlo; questi a sua volta sollecita il saggio Merione a tornare in prima fila; i due si riarmano di lancia e muovono verso la parte sinistra dello schieramento, la più debole ed esposta alla pressione dei Troiani.

Da una parte e dall’altra gli eroi cadono sotto i colpi dei nemici: Enea va in cerca di Idomeneo che però lo attende senza indietreggiare, fiducioso della propria forza; i due si affrontano, ma nessuno riesce ad avere la meglio. La battaglia si frammenta in tanti duelli personali.

Polidamante torna a rimproverare Ettore, accusandolo di essere incapace di ascoltare i consigli degli altri. Questa volta il principe troiano lo asseconda, lasciandolo sul posto perché trattenga i combattenti dei, mentre egli torna in prima linea. Ettore e Aiace iniziano un duello di parole, mentre le grida mescolate di Achei e Troiani salgono al cielo, “fino alla luce di Zeus”.

LIBRO XIV

Agamennone, ferito, assiste alla rotta del suo esercito ed è preso dallo sconforto; il comandante degli Achei è nuovamente tentato di fare ritorno in patria con le navi. Odisseo e Diomede, sdegnati, rifiutano questa proposta giudicandola vile e assurda.

Nel frattempo, la dea Hera decide di farsi bella per sedurre Zeus ed evitare che il consorte mandi in fumo lo sforzo di Poseidone. Hera va da Afrodite e si fa prestare la fascia ricamata in cui sono racchiusi tutti i suoi incantesimi (“l’amore, il desiderio, l’amplesso, il fascino”), poi si reca da Ypnos (il dio del Sonno) per convincerlo a far addormentare Zeus dopo che si sarà unito in amore con lei: ci riesce solo dopo avergli promesso in moglie una delle Grazie, Pasitea.

Fingendo di partire per ricomporre una lite tra Oceano e Teti, Hera getta l’esca d’amore a Zeus e lo seduce. Compiuto il suo dovere coniugale, il padre degli dei sprofonda nel sonno, mentre Ypnos si reca da Poseidone per comunicargli la momentanea assenza di Zeus: un’occasione imperdibile per spronare gli Achei alla resistenza.

Con un masso il gigantesco Aiace Telamonio colpisce Ettore e lo tramortisce, ma i capi troiani riescono a portarlo in salvo. Ancora una volta la battaglia prosegue tra aspri duelli, fatti con le parole e con le armi.

LIBRO XV

Zeus, sulla cima del monte Ida, si sveglia e si accorge dell’inganno; rimprovera duramente la moglie Hera e minaccia terribili punizioni in caso di disobbedienza; poi il padre degli dei svela il suo piano alla moglie:

egli, da un lato, intende concedere gloria a Ettore, pur destinato a una morte imminente; dall’altro, egli manterrà le promesse fatte a Teti: per questo Patroclo è destinato a cadere per mano di Ettore; Achille allora rientrerà in battaglia e ucciderà Ettore.

Iris, messaggera degli dei, viene inviata a informare tutti i numi della volontà di Zeus: Poseidone è costretto a tornare nel suo mare e a smettere di aiutare gli Achei (il dio del mare, benché offeso, non può opporsi); Apollo invece si avvicina a Ettore, gli si rivela e lo aiuta a riprendersi.

Ettore torna così a combattere, nonostante la ferita, tra la sconforto degli Achei: i Troiani si rianimano e travolgono gli Achei (che si ritirano di nuovo). I Troiani arrivano a raggiungere le navi dell’esercito nemico. Il solo Aiace Telamonio, armato di una trave, tenta di ergersi a baluardo degli Achei e di respingere i nemici.

LIBRO XVI

Patroclo, profondamente addolorato per la sconfitta degli Achei, entra nella tenda di Achille, scongiurandolo di tornare a combattere per respingere i Troiani; ottenuto un netto rifiuto, egli chiede di poter almeno vestire le armi del figlio di Peleo e di guidare così i Mirmidoni alla riscossa. Achille acconsente; lo invita però a tornare subito indietro, senza farsi prendere dall’esaltazione della strage, senza inseguire i Troiani nella pianura: rischierebbe di suscitare la collera degli dei.

Presso la navi Ettore appicca il fuoco all’imbarcazione che fu di Protesilao. Patroclo indossa le splendide armi di Achille ed entra nella mischia alla testa dei Mirmidoni. I Troiani, ritenendo che al comando delle truppe scese in battaglia ci sia il figlio di Peleo, vengono presi dal panico; Patroclo ne approfitta per ricacciare indietro i nemici, che vengono così allontanati definitivamente dall’accampamento acheo.

Sarpedonte, capo dei Lici, non si rassegna alla fuga e affronta Patroclo in duello, ma alla fine è quest’ultimo a prevalere. Esaltato dal successo, Patroclo non segue i consigli di Achille e insegue i Troiani all’interno della loro città. Patroclo uccide Cebrione, l’auriga di Ettore: nella mischia che ne segue, Apollo stordisce Patroclo con un colpo alle spalle e gli fa cadere le armi; ne approfitta Euforbo, che lo ferisce con la lancia, ed Ettore, che gli dà il colpo di grazia colpendolo a morte.

Ettore schernisce Patroclo minacciando di dare il suo cadavere in pasto agli avvoltoi: prima di morire, però, Patroclo profetizza la imminente fine di Ettore per mano di Achille.

LIBRO XVII

A seguito della morte di Patroclo, si accende un’aspra mischia per impadronirsi del suo corpo e – soprattutto – delle armi di Achille; Menelao si mette a difesa delle spoglie del compagno. Il troiano Euforbo si fa avanti e rivendica per sé le armi, ma viene ucciso in duello da Menelao. Apollo assume forma umana e avverte Ettore della morte di Euforbo; questi allora avanza con alte grida di guerra contro Menelao, che si ritira. Ettore si impossessa delle armi di Achille e trascina il corpo di Patroclo, ma sopraggiunge Aiace Telamonio. Ettore sprona i suoi alleati.

Gli Achei (guidati da Menelao, dai due Aiaci e da Idomeneo) difendono strenuamente il cadavere Patroclo, conteso e strattonato tra i due eserciti. Achille non sa ancora nulla; i suoi cavalli divini, invece, piangono la morte di Patroclo. La mischia continua, sempre più incalzante: Ettore ed Enea non danno tregua e lo scontro giunge di nuovo sino al fossato intorno al muro, in direzione delle navi achee.

La battaglia è resa ancora più oscura dalla nebbia che avvolge la piana, finché Zeus non interviene a dissolverla. Aiace chiede che Antiloco, figlio di Nestore, sia inviato da Achille per chiedere il suo aiuto.

LIBRO XVIII

Antiloco giunge alla tenda di Achille a dargli la terribile notizia: Patroclo è morto, Ettore ne possiede le armi e il cadavere è ancora conteso. Sconvolto dal dolore, il figlio di Peleo scoppia in un pianto disperato, che viene udito dalla madre Teti. La dea subito accorre per cercare di rincuorare il figlio: Achille palesa così alla madre la sua intenzione di tornare a combattere e vendicare la morte dell’amico fraterno.

Teti comprende in questo modo che si sta avverando la profezia che aveva tentato in tutti i modi di scongiurare (una vita gloriosa per il figlio e una morte prematura). Achille, a questo punto, esce dalla tenda e si presenta al margine del fossato che cinge le mura erette dagli Achei; per tre volte, egli fa riecheggiare il suo grido di battaglia: i Troiani, atterriti, volgono in fuga. Nel tumulto che ne segue, Menelao riesce a trasportare il corpo di Patroclo all’interno del campo acheo.

Giunge l’oscurità, i Troiani si riuniscono in assemblea; Polidamante propone loro di ritirarsi dentro la città, ma prevale l’opinione di Ettore che non vuole rinunciare all’attacco. Nel frattempo, Teti si reca da Efesto, il fabbro divino, chiedendogli di forgiare nuove armi per il figlio; il dio si mette subito al lavoro e in breve tempo riesce a plasmare corazza, elmo, spada e giavellotto, nonché uno splendido scudo d’oro intarsiato.

LIBRO XIX

Achille, dopo aver pianto amaramente il cadavere dell’amico perduto, si riconcilia con il duce di tutti gli Achei; ispirato dagli dei, nel corso dell’assemblea Agamennone chiede pubblicamente il perdono del figlio di Peleo e gli offre dei doni come riparazione; gli Achei si prepararono quindi ad una nuova battaglia.

Achille è smanioso di combattere: Odisseo, invece, suggerisce ai condottieri achei di rifocillarsi prima di iniziare nuovamente il combattimento. Nel frattempo, Briseide viene ricondotta nella tenda di Achillle: alla vista del cadavere di Patroclo, scoppia in un pianto disperato.

Al banchetto degli Achei, il figlio di Peleo si rifiuta di toccare cibo: vuole prima vendicare l’amico perduto; su ordine di Zeus, Atena infonde nettare e ambrosia (il nutrimento degli dei) nel petto di Achille.

Terribile nelle sue nuove armi, il Pelide si prepara a salire sul suo carro da guerra, guidato dai due superbi cavalli donati da Poseidone alle nozze di Teti e Peleo: Bàlio e Xanto; per volontà degli dei, quest’ultimo acquisisce per pochi istanti il dono della parola, rivelando al suo padrone la sua fine imminente.

LIBRO XX

I due eserciti si preparano alla battaglia campale. Sull’Olimpo, Zeus riunisce in assemblea gli dei e concede loro di intervenire nello scontro, schierandosi al fianco degli Achei o dei Troiani.

Gli dei scendono in campo, in fazioni opposte: Hera, Atena, Poseidone, Hermes ed Efesto stanno dalla parte degli Achei; Ares, Apollo, Artemide, Leto, Afrodite e il fiume Xanto sostengono i Troiani. Apollo prende le sembianze di un figlio di Priamo, si avvicina ad Enea e lo convince a sfidare Achille.

I due eroi si scontrano in duello, prima a parole e poi con le armi. Enea sta per avere la peggio ma Poseidone lo sottrae all’assalto di Achille, portandolo fuori dal campo di battaglia (Poseidone parteggia per gli Achei, ma salva Enea perché sa che Zeus lo ha destinato a perpetuare la stirpe reale dopo la caduta di Troia).

Achille e Ettore guidano i loro eserciti: Apollo avverte Ettore di non affrontare da solo Achille; ma quando quest’ultimo uccide Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo, Ettore lo affronta. Achille si avventa sul nemico; Apollo salva Ettore, avvolgendolo in una fitta nebbia. Achille si scaglia rabbiosamente contro gli altri Troiani, facendo strage dei nemici.

LIBRO XXI

Achille continua a fare strage di Troiani, che cercano la salvezza verso la città o nelle acque del fiume Xanto. Il Pelide si lancia nel fiume e continua ad uccidere nemici, tanto che le acque si arrossano di sangue. Il dio Xanto si indigna nel vedere tanti cadaveri nella corrente e intima ad Achille di continuare la strage altrove, poiché le sue acque sono già intrise di sangue;

l’eroe non dà ascolto alla divinità fluviale, che gli scatena contro la sua potenza con l’aiuto del Simoenta (l’altro fiume della piana di Troia); Achille rischia una fine ingloriosa ma viene in suo aiuto il dio Efesto, che placa la furia dello Scamandro con una tempesta di fuoco.

Nel frattempo, gli dei dell’Olimpo (schierati in due fazioni opposte) lottano fra di loro in una epopea eroi-comica. Dalle mura di Troia, il re Priamo vede Achille che si avvicina: il re ordina di far aprire le porte per far entrare in città i guerrieri in fuga.

Apollo infonde coraggio al nobile troiano Agenore, perché affronti Achille; questi sta per uccidere l’avversario, ma Apollo lo mette in salvo avvolgendolo in una nube. Il dio assume allora l’aspetto di Agenore e Achille lo insegue: i Troiani hanno così un attimo di tregua che consente ai superstiti di rientrare nelle mura.

LIBRO XXII

Il dio Apollo, che aveva preso le sembianze del troiano Agenore, si rivela ad Achille; questi si adira per essere stato ingannato e torna verso la città, dove il solo Ettore è rimasto fuori dalle mura, presso le porte Scee. Il re Priamo e la moglie Ecuba dall’alto delle mura cercano invano di convincere il figlio a rientrare: Ettore, pur angosciato, rimane fermo in attesa del nemico; non combattere sarebbe per lui un disonore.

Quando sopraggiunge Achille, terribile nelle sue armi e nella sua ira, preso dal panico Ettore fugge: per tre volte fa il giro della mura incalzato dal figlio di Peleo sino a quando Atena, sotto le mentite spoglie di Deifobo (fratello dello stesso Ettore), non persuade l’eroe troiano ad affrontare il nemico.

Ettore si prepara al duello proponendo ad Achille un giuramento: il vincitore renderà in ogni caso alla famiglia il cadavere dello sconfitto; il figlio di Peleo rifiuta.

Achille scaglia quindi l’asta contro Ettore, che schiva il colpo; il figlio di Priamo allora prende il suo giavellotto e prova a ferire l’avversario, ma l’asta centra in pieno lo scudo forgiato da Efesto.

Ettore, a quel punto, cerca sostegno nel fratello Deifobo ma troppo tardi comprende che l’immagine che gli si era parata davanti un istante prima era solo un inganno degli dei; l’eroe troiano capisce che per lui non vi è più speranza. I due guerrieri estraggono le spade acuminate; Achille parte per primo all’attacco, con il cuore carico di collera; la spada del figlio di Peleo colpisce Ettore proprio nell’unico punto debole e l’eroe troiano si accascia a terra.

Senza più forze, Ettore implora il nemico di restituire il suo corpo alla famiglia, perché possa ricevere gli onori della sepoltura. Al netto rifiuto di Achille, il figlio di Priamo poco prima di spirare sussurra: “Bada che la mia morte non ti porti l’odio degli dei quel giorno che Paride, guidato da Apollo, ti ucciderà sopra le porte Scee”.

Il figlio di Peleo fa scempio del cadavere di Ettore: dopo avergli forato i tendini dietro ai due piedi dalla caviglia al tallone, ci passa due cinghie e lo lega al cocchio; balzato sul carro, lo trascina nella polvere senza alcuna pietà.

Dall’alto delle mura, i genitori Priamo ed Ecuba scoppiano in lacrime disperati, mentre la moglie Andromaca sviene per il dolore.

LIBRO XXIII

Nella tenda di Agamennone si svolge il banchetto in onore di Patroclo; il giorno successivo, viene preparato il rogo funebre: Achille si taglia la chioma, mettendola tra le mani dell’amico morto; vengono sacrificati degli animali e dodici prigionieri troiani catturati nella battaglia presso il fiume Xanto.

La grande pira si accende; una volta spento il fuoco, le ossa di Patroclo vengono raccolte in un’urna d’oro, che viene portata nella tenda di Achille; sul luogo del rogo viene eretto un tumulo. A conclusione dei funerali di Patroclo si svolgono i giochi funebri in suo onore.

Gli Achei si cimentano nella corsa dei carri, vinta da Diomede, nel pugilato, nella gara di lotta e nella corsa a piedi; seguono poi le gare di lancio del disco e di tiro con l’arco.

Nell’ultima prova (la gara di lancio dell’asta, in cui si presentano Agamennone e Merione), Achille dichiara subito vincitore Agamennone, del quale si conosce la superiorità, e gli consegna il premio, mentre dona a Merione la lancia di bronzo. In tutte le gare, Achille attribuisce con generosità splendidi premi, in onore di Patroclo.

LIBRO XXIV

Dopo i giochi funebri, Achille infuria ancora sul cadavere di Ettore. Gli dei provano pietà per l’eroe troiano: Zeus convoca Teti sull’Olimpo e le ordina di convincere suo figlio Achille a restituire il corpo di Ettore; poi invia Iris dal re Priamo per suggerirgli di recarsi alla tenda di Achille e riscattare il cadavere del figlio.

Anche se tutti cercano di dissuaderlo, il vecchio re fa deporre ricchissimi doni su un carro e si incammina verso l’accampamento nemico, con la protezione di Hermes. Priamo entra nella tenda di Achille e si getta supplice ai suoi piedi baciandogli le mani. Achille, commosso, accetta il riscatto che il re gli offre e dà alle sue ancelle l’ordine di lavare e ungere il corpo di Ettore.

Achille invita poi Patroclo, ormai nel regno dei morti, a non adirarsi per il rilascio di Ettore e gli promette una parte del riscatto. Deposto il cadavere sul carro di Priamo, Achille invita il re a cenare con lui e gli offre ospitalità per la notte; poi concorda con il vecchio re una tregua di undici giorni per la celebrazione dei funerali.

Nottetempo, Priamo lascia l’accampamento acheo per non essere fatto prigioniero da Agamennone e raggiunge Troia. Il poema si chiude con le celebrazioni funebri in onore di Ettore, tra i pianti di Andromaca, Ecuba ed Elena.

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di Daniele Bello

Luglio 24, 2018

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