L’artista Marziale – cap. 1- Il Viaggio

Capitolo 1. Il Viaggio

“Non so cosa risponderti. Perché non lo scopri tu?”.
Con queste parole Furio rispose alla sua domanda, lasciandola di stucco.

La macchina rallentò gradualmente, fino a fermarsi all’unico, deserto, semaforo di quella strada di campagna.
Rosso.
Carlotta si agitò sul sedile del passeggero incurante della schiena livida che le doleva, cercando qualcosa di intelligente da dire, ma non seppe far altro che sorridere e restare in silenzio.

Aveva chiesto all’istruttore se conoscesse maestri che avessero studiato le piante per trarre da esse tecniche di combattimento. Gli animali, perfino gli elementi naturali come la terra, l’acqua, il fuoco, il legno o il metallo erano stati osservati nei dettagli con l’intento di capire e riprodurre i loro comportamenti e trarne vantaggi nei combattimenti.

Può sembrare pittoresco a pensarci così, ma per Carlotta questo tipo di storie erano ormai diventate delle basi solide e affidabili dopo anni di dedizione e di duri allenamenti.

L’origine delle tecniche che si scambiava con i suoi compagni di allenamento, e di interi stili, veniva loro raccontata con brevi storie e aneddoti che si perdevano in secoli prima, in piccole foreste di bambù sperdute nel cuore della Cina e vedevano come protagonisti antichi vecchietti dagli occhi a mandorla e dai radi baffetti bianchi, con lo sguardo serafico e la forza incredibile di dieci uomini.

Erano storie che servivano per lo più a distrarre e spezzare un po’ la fatica durante gli allenamenti, oppure a motivare gli allievi. All’inizio erano poco più che fumose e variopinte leggende. Ma adesso tutto era cambiato.

Il sorriso ebete e assente scomparve dal viso di Carlotta appena arrivarono davanti alla palestra. Si costrinse ad assumere il contegno apprezzato da Furio e indossò così la consueta maschera di serietà, ma una gioia incontenibile le cresceva dentro e le colorì le guance.

Impiegò dieci minuti per prepararsi nello spogliatoio. Dovrò comprare un’altra maglia pensò ispezionando rapidamente i buchi nel tessuto di un nero ormai grigio ma questa dove il logo della scuola è stampato accanto a quello del Gran Maestro è la mia preferita.

Infilò i pantaloni  sbiaditi dai troppi lavaggi,  raccolse i capelli in una lunga treccia arruffata e castana  che fermò con un elastico rosso  -a simboleggiare la passione, pensò- e calzò le scarpette la cui suola sottile lasciava distinguere nettamente ogni imperfezione nella plastica del pavimento.

Quando stava sulla porta dello spogliatoio tornò indietro, per stemperare con l’acqua fredda le guance infuocate. Tentativo inutile di nascondere la bambola che sono.

In effetti le sopracciglia ben disegnate e le labbra carnose di un rosso naturale le rendevano il viso simile a quello delle bambole di porcellana che adornano i divani di qualche salotto signorile.

Carlotta si precipitò con passo sicuro nella sala, arrestandosi però sull’ingresso in attesa di incrociare lo sguardo di Furio a cui rivolgere il saluto.

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di Autumna

 

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