L’Artista Marziale – cap. 8. Il Tempio

L'Artista Marziale, racconto di Autumna

 8. Il Tempio

Incastonato al piano terra di un edificio grigio come la cenere si trovava il tempio, questo era il nome con cui gli allievi chiamavano la palestra dove teneva le lezioni il Gran Maestro.

Cinquecento metri quadrati consacrati al kung fu. Oltre all’immancabile segreteria, agli spogliatoi e a un piccolo angolo ristoro, vi erano tre sale, un’infermeria, una biblioteca e uno stanzino di discrete dimensioni dove venivano riposte le armi della Scuola e gli attrezzi per la pulizia e la manutenzione.

Tutte le mansioni necessarie alla palestra erano svolte su base volontaria dagli allievi, che organizzavano turni per garantire la copertura di tutte le necessità.

In segreteria vi era sempre qualcuno per rispondere al telefono o ricevere gli iscritti; il piccolo bar aveva il suo addetto, anzi addetta, dato che spesso era una ragazza; e una squadra di cinque persone si occupava della pulizia serale degli ambienti e dei bagni.

Tra gli allievi della Scuola vi erano infermieri e medici, quindi si poteva contare sempre su qualcuno che fosse stato a disposizione per portare un primo soccorso in caso di necessità.

La biblioteca era l’unico ambiente incustodito, anche perché a sbarrare l’accesso vi era una robusta porta chiusa a più mandate, la cui chiave era serbata gelosamente dall’anziano.

Da qualche anno un allievo trascorreva la notte dormendo nello stanzino, su un piccolo materasso srotolato all’occorrenza, come guardiano della palestra.

Sebbene Canton fosse piuttosto sicura anche di notte, la presenza di qualcuno all’interno della struttura poteva essere un deterrente contro i malintenzionati, inoltre poteva scongiurare incidenti dovuti e cortocircuiti. Per quanto la tecnologia offrisse supporto con rilevatori e allarmi all’avanguardia, il vecchio Maestro non riponeva in essa abbastanza fiducia, e apprezzava maggiormente la manodopera umana.

L’anziano uomo aveva dato vita a una piccola società dove gli allevi e gli istruttori si prodigavano per dare il loro contributo affinché tutto funzionasse alla perfezione.

La scelta di non rivolgersi a persone esterne rispondeva al desiderio di responsabilizzare gli allievi e di offrire loro un metodo di apprendimento il più possibile simile a quello dei monaci che praticavano arti marziali secoli prima.

Nelle piccole comunità che praticavano la Disciplina, i monaci dovevano occuparsi personalmente delle attività quotidiane per garantire la propria sopravvivenza, e pare che sfruttassero le mansioni quotidiane, come la pulizia del tempio e la preparazione delle pietanze, per studiare determinate tecniche in modo diverso da quello prettamente atletico.

Il Gran Maestro sapeva di non poter ricreare tutte le condizioni dell’allenamento tradizionale, la legge non glielo permetteva, e forse gli stessi allievi non avrebbero reso al massimo. Erano tempi diversi, quelli; del vero kung fu non rimaneva che una pallida traccia, e stava alla sua Scuola far sì che questa non scolorisse ulteriormente.

 Anche quel giorno i turni di allenamento si susseguirono come di consueto: la mattina era dedicata al potenziamento personale in sala pesi o al ripasso delle tecniche del proprio livello, sotto la supervisione degli istruttori; nel primo pomeriggio si tenevano i turni dei bambini e dei nuovi arrivati, fino a due anni di pratica, sotto la guida degli allievi più anziani; i turni serali erano rivolti agli allievi con qualche anno di anzianità ed erano tenuti direttamente dal Gran Maestro, con l’aiuto degli istruttori.

Finite le lezioni, quando gli ultimi allievi lasciavano la struttura, il bar chiudeva e la squadra delle pulizie si metteva all’opera. Alle 23:30 circa le ultime attività erano concluse e il custode chiudeva la porta principale a più mandate, barricandosi dentro al Tempio.

L’allievo-guardiano si chiamava Gang Jun, e ogni sera prima di coricarsi sul suo materasso faceva il giro di tutte le stanze per controllare che nulla fosse fuori posto.

Era un giovane uomo di 35 anni, dalla statura alta e dalla corporatura grossa, rispetto alla media degli uomini orientali. La testa rasata a pelle e il mento impeccabilmente sbarbato lo facevano apparire più giovane di almeno dieci anni, e la carnagione bronzea ricordava quella di un monaco Shaolin.

Tutti gli volevano bene e gli portavano un grande rispetto, sebbene fosse di poche parole e incutesse un certo disagio per via della sua espressione perennemente imbronciata. Alcuni lo stimavano per il coraggio di condurre una vita così devota al kung fu, altri lo consideravano un po’ matto per lo stesso motivo, le ragazze ne erano incuriosite e intimorite allo stesso tempo.

I più anziani nella pratica lo guardavano come un modello da imitare, gli ultimi arrivati lo vedevano come un solido punto di riferimento per qualunque necessità, sia dal punto di vista marziale che organizzativo. Si faceva in quattro per aiutare chi aveva bisogno di supporto in palestra anche dal punto di vista morale; era il sostegno sempre presente, il pilastro fondamentale quando l’anziano non c’era.

Il suo livello tecnico era avanzato, come quello di un istruttore di primo livello, ma non veniva mai presentato come tale agli altri allievi. Sembrava che l’anziano avesse scelto per lui un sentiero esclusivo non paragonabile al percorso previsto per gli altri.

Se qualcuno provava a fargli domande personali, diventava evasivo e rispondeva “Vuoi conoscere il kung fu o fare conversazione?”, stroncando ogni tentativo di approfondimento.

In quei giorni stava studiando un allenamento speciale di combattimento secondo lo stile del drago e si allenava per lo più da solo. Sembrava soffrire particolarmente di quell’ isolamento forzato che lo relegava in un angolo della grande sala principale; lo si vedeva da come, nei rari momenti di riposo, guardasse gli altri con occhi languidi, come se volesse avvicinarsi per condividere gli esercizi con loro. Forse proprio per questa sua eccessiva premura il Gran Maestro aveva deciso di allontanarlo per un po’ dal resto della classe.

Sapeva esse molte gentile e premuroso, ma le sue attenzioni erano finalizzate allo studio di un compagno di allenamento, di un nuovo modo di pensare e di eseguire le tecniche, un modo diverso dal suo e quindi ricco di spunti da apprendere.

In realtà a modo suo amava i suoi fratelli e sorelle di allenamento, li amava con la stessa intensità dell’indifferenza che provava per le persone che non avevano nulla a che fare con la Scuola. Sembrava che il rispetto e l’empatia per gli esseri umani fossero subordinate al fatto che questi studiassero lo Stile.

Chiamava per nome soltanto i compagni di allenamento. Le persone che avevano studiato lo Stile ma che poi avevano lasciato, per Gang Jun non avevano un nome, venivano qualificate con il livello conseguito al momento dell’uscita dalla scuola. Come se un individuo costruisse la propria identità soltanto all’interno della Scuola.

“Quello è un sesto xia … quello è un settimo xia” – xia significa livello, e l’aumento del livello è inversamente proporzionale al numero che lo caratterizza, per cui il primo xia è quello più alto.

Chi interrompeva momentaneamente gli allenamenti confidando in un futuro ritorno veniva periodicamente cercato dall’allievo per informarsi sulla sua salute e per sapere se i suoi impegni permettevano nuovamente la frequentazione della palestra. Ma chi salutava il Gran Maestro lasciando intendere nessuna intenzione di ritornare veniva prontamente dimenticato, e tornava ad amalgamarsi all’indistinta massa di corpi anonimi della società là fuori, la stessa da dove tutti venivano.

Cominciò come sempre dalla sala più grande, la sua preferita; quella usata per le cerimonie solenni, e per le lezioni serali. Attraversò il parquet color perla eseguendo i passi degli animali (tecniche di avanzamento marziale ispirate al modo di procedere di animali di riferimento) mentre ispezionava con lo sguardo l’intero ambiente. Gli specchi alle pareti decuplicavano la sua immagine, facendolo sentire il capo di un valoroso esercito.

Finito il ripasso aveva raggiunto l’altare taoista addossato sulla parete a destra dell’ingresso. Osservò solennemente i ritratti dei maestri più antichi dello Stile, quindi si esibì in un profondo inchino ad occhi chiusi e uscì dalla stanza con una sequenza di rotolamenti e spazzate frontali. Nella sua vecchia casa non avrebbe avuto lo spazio per farlo.

A seguire controllò la sala con il tatami al posto del pavimento, dove allenavano le cadute e le proiezioni; e poi quella più piccola, con le spalliere in legno e gli attrezzi da ginnastica, dove si precipitò a rimettere a posto due palloni di gomma colorata rotolati fuori dal loro deposito. “Equilibrio e ordine nella Scuola, equilibrio e ordine dentro me”, pronunciò cantilenando il mantra ripetuto chissà quante altre volte.

Quando aprì la porta dell’infermeria ebbe un moto di stizza che gli fece scuotere il capo dal disappunto.

I due voluminosi cartoni pieni di fiale di Sangue di Drago giacevano ancora sul pavimento, ingombrando lo spazio sotto il lettino ormai da settimane. Sembrava che ai suoi fratelli non importasse trovare una sistemazione più consona a quella sostanza.

Possibile che la cosa disturbava soltanto lui?

Si sedette qualche minuto sulla sedia accanto la porta, prese una fiala e se la rigirò tra le mani. Da quattro mesi il Gran Maestro aveva inaugurato la cerimonia del tè con gli allievi anziani, ai quali veniva somministrata la fiala da sciogliere nella bevanda. Lui era esentato dall’assunzione e beveva il tè al naturale, insieme agli istruttori.

Il Gran Maestro, alla sua richiesta di spiegazioni, aveva sorriso dicendo “Tu non ne hai bisogno”. A Gang Jun questo era bastato a gratificarlo e a fargli dimenticare la curiosità per quei flaconcini.

I suoi fratelli erano cambiati molto da quando avevano cominciato ad assumerla; i comportamenti superficiali e distratti erano ridotti drasticamente, si allenavano molto più seriamente, tutti erano concentrati e motivati. Le assenze si erano dimezzate, anche le chiacchiere inutili e le divagazioni parevano essersi sopite e si iniziavano a manifestare dimostrazioni di devozione al Maestro e alla Scuola.

Il Sangue di Drago sembrava fare miracoli, ma non era uno scendere a patti con l’imperfezione delle persone? Secondo Gang Jun non tutti erano degni di intraprendere il vero studio dello Stile, e gli pareva una forzatura rendere tutti idonei al kung fu in modo artificiale, quasi una scorrettezza verso il Kung Fu stesso.

Ripose la fialetta nello scatolone, insieme alle altre, si alzò e uscì dalla stanza.

Raggiunse lo stanzino e spense la luce. Una volta al buio avanzò a tastoni fino a raggiungere il materasso arrotolato poggiato al muro, lo srotolò e vi si coricò sopra. Da sdraiato portò le mani sotto ai reni e alzò le gambe in verticale per afferrare, con i piedi, la coperta appesa a un chiodo lungo il muro.

Adesso che ogni allenamento era davvero finito, veniva la parte più difficile: addormentarsi senza pensare al passato, alla storia di come era arrivato fin lì.

Aveva scelto di pernottare nella palestra quando si era reso conto che il fatto di vivere in un posto diverso da quello dedicato all’allenamento gli creava soltanto fastidi. Figlio unico, orfano di genitori deceduti quattro anni prima in un incidente aereo, provvedeva alle sue necessità con i proventi dell’affitto della sua casa di proprietà. Assolutamente disinteressato a costruire una vita di coppia con una ragazza, aveva deciso di dedicarsi del tutto alla Scuola e al Gran Maestro, il quale si compiaceva della scelta.

Dopo l’incidente dei suoi, Gang Jun non era stato più capace di trovare un significato al suo lavoro di informatico, che prima lo appassionava. Era allora che il kung fu, nelle sue fibre muscolari fin dall’infanzia, aveva iniziato a prendere sempre maggior spazio, fino ad annullare completamente tutto ciò che lui considerava accessorio.

I pochi che un tempo erano suoi amici avevano ormai smesso di cercarlo, dopo le tante, troppe, uscite rifiutate. Non esisteva passeggiata, o distrazione, che non coincidesse con qualche evento organizzato dall’anziano maestro. Seminari, gare, esibizioni, allenamenti all’aperto, sessioni di respirazione e meditazione indetti dall’uomo erano le uniche occasioni che lo facevano uscire dalla palestra, eccetto per le commissioni necessarie.

Non avendo più una professione da onorare, tutto il suo tempo era a disposizione delle necessità personali del Gran Maestro. Poteva essere autista, segretario, aiutante, addirittura domestico dell’uomo, sempre pronto a sbrigare faccende e ad esaudire tutte le sue richieste.

Dei soldi che aveva a disposizione mensilmente, una piccola parte era destinata al cibo per sé e alla sua cura personale, tutto il resto di fatto veniva devoluto nelle casse della Scuola. Perfino gli abiti che indossava quotidianamente finanziavano la Scuola, dato che si vestiva sempre con la divisa da allenamento. E questo lo riempiva di orgoglio.

Avrebbe davvero potuto vivere una vita diversa, come aveva sentito ogni tanto qualcuno commentare alle sue spalle? Gang Jun ci pensava tutte le notti.

E ogni volta si rispondeva No, questa è l’unica vita che mi rende fiero di me.

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di Autumna

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