L’epopea dei Nibelunghi – 2di3

Capitolo II

  1. La morte di Sigfrido

La morte di Sigfrido

“Nelle antiche leggende sono narrate cose stupende

di guerrieri famosi, di grandi imprese,

di feste e di letizia, di lacrime e di pianto,

di lotte di audaci guerrieri; di ciò udrete narrar meraviglie.

Anonimo, I Nibelunghi, Prima Avventura

(Il Sogno di Crimilde), vv. 1-4

Con il poema tedesco “I Nibelunghi” lo scenario si sposta nel regno di Burgundia, nel vecchio castello reale di Worms, sul Reno; qui vive la bella Crimilde (Gudrun, nella versione scandinava della leggenda), la figlia del defunto sovrano: vegliano su di lei la madre Ute assieme ai tre fratelli Gunther (Gunnarr, nei poemi nordici), Gernot e Giselher.

 

Cresceva tra i Burgundi una nobile fanciulla,

tale che in tutto il mondo non vi era cosa più bella,

si chiamava Crimilde: divenne una bella donna.

Per causa sua molti guerrieri avrebbero perso la vita.

Era degna di essere amata, la fanciulla leggiadra.

La desideravano prodi guerrieri, nessuno le era nemico.

La sua nobile persona era bella oltre misura,

la cortesia della fanciulla, ornamento di ogni donna.

Tre re ne avevano cura, nobili e possenti,

Gunther e Gernot, gli illustri guerrieri,

e Giselher giovinetto, audace cavaliere.

Era loro sorella, e i re ne avevano cura.

Erano magnanimi re, nati da altissima stirpe,

audaci nella loro potenza, famosi e prodi guerrieri,

dai Burgundi la terra prendeva il suo nome.

Compirono grandi imprese, più tardi, nel regno di Attila.

A Worms, in riva al Reno, vivevano con i loro guerrieri.

Li servivano cavalieri superbi, nati nello stesso regno,

con grandissimi onori, fino alla morte.

Perirono poi tristemente, per l’odio di due nobili donne.

Anonimo, I Nibelunghi, Prima Avventura, vv. 5-24

(Il Sogno di Crimilde)

 

Nei pressi del Reno, vive sereno il giovane Sigfrido (il Sigurd della tradizione scandinava): un eroe che attraversò molti paesi per provare la meravigliosa forza del suo corpo di giovane gigante.

Io vi dirò quanto era bello quel guerriero. Il suo corpo era immune da qualunque danno. Più tardi quest’uomo ardito divenne forte e famoso. Quanta gloria si acquistò nel mondo! Quel bravo guerriero si chiamava Sigfrido. Egli visitò molti regni, con la sua forza indomita e con il suo braccio combattè con molti cavalieri. […]
Prima che l’ardito guerriero diventasse un uomo, egli compì con le sue forze tali prodigi, di cui sempre si parlerà e si canterà: molte cose al giorno d’oggi dobbiamo di lui tacere. Nel suo tempo migliore, nei suoi anni giovanili, molte meraviglie si potevano dire di Sigfrido: quanto onore egli acquistasse, quanto egli fosse bello; molte donne vezzose ne erano innamorate.
Lo allevarono con la cura che si conveniva al suo stato, ma guadagnava da se stesso in buoni costumi e gentilezza; egli divenne un ornamento del regno di suo padre, tanto era compito in tutte le cose.

Era dunque giunto in età di poter frequentare la corte. Tutti lo guardavano con compiacenza, molte donne e fanciulle belle desideravano che egli stesse vicino a loro.

Molte l’amavano e il giovane guerriero se ne accorgeva benissimo.

Assai raramente il fanciullo cavalcava senza uno scudiero.

Sua madre Sieglinde gli fece fare ricchi abiti. Molti saggi uomini, che conoscevano l’onore, si curavano di lui; perciò potè ben meritare i sudditi e il paese.

Quando fu nell’età di poter portare armi, gli venne dato tutto ciò di cui aveva bisogno. Egli pensava già di chiedere qualche bella fanciulla in sposa; e ognuna avrebbe volentieri amato il bel Sigfrido.

 

Anonimo, I Nibelunghi, Seconda Avventura

(Sigfrido)

Quando gli giunge all’orecchio la notizia della bellissima vergine, Sigfrido sente il bisogno irresistibile di vederla e di chiedere la mano della fanciulla più bella, amabile e pura che si trovi al mondo. L’eroe ed il suo seguito vengono ricevuti regalmente dai Burgundi e ospitati Ecco le parole con cui Hagen (Högni, nella tradizione nordica), il fedele guerriero al seguito della corte dei Burgundi, descrive Sigfrido[1].

 

«La mano di questo eroe ha abbattuto gli arditi Nibelunghi, i due ricchi figli di re, Schilbung e Nibelung grandi prodigi ha fatto egli con la forza del suo braccio. Mentre l’eroe cavalcava, solo senza aiuti, io udii raccontare che incontrò sopra un monte molti uomini arditi, presso il tesoro dei Nibelunghi; egli non li conosceva prima di allora. Il tesoro del re Nibelung era stato portato fuori dalle grotte della montagna.

Ascoltate ora il fatto meraviglioso. Mentre i Nibelunghi stavano per dividerselo, Sigfrido li vide e incominciò a meravigliarsi.

Venne tanto vicino a loro che vide i guerrieri e i guerrieri videro lui. Uno di loro disse: ‘Ecco il forte Sigfrido, l’eroe del Niedarland!’.

Strane avventure trovò egli presso i Nibelunghi.

Schilbung e Nibelung accolsero bene il cavaliere; d’accordo i due giovani principi pregarono l’ardito guerriero, il nobile capo, il bellissimo giovane, di spartire tra di loro il tesoro. E tanto insistettero che egli finì con il prometterlo.

Egli vide tante pietre preziose, come abbiamo udito dire, che cento carri a quattro ruote non avrebbero potuto portarle. E ancora di più oro: l’oro rosso del paese dei Nibelunghi; tutto questo doveva spartire la mano dell’ardito Sigfrido.

In premio essi gli diedero la spada del re Nibelung.

Ma essi non erano soddisfatti del servigio che il buon eroe Sigfrido doveva loro rendere; egli non potè compierlo, poiché essi avevano l’umore feroce. Così dovette lasciare i tesori indivisi. Allora i vassalli dei due re cominciarono a provocarlo. Con la spada del loro padre, che era chiamata Balmung, l’ardito tolse loro il tesoro ed il regno dei Nibelunghi.

Essi avevano con sé come amici dodici uomini audaci, che erano forti giganti; ma a che serviva tutto ciò? Nella sua collera la mano di Sigfrido li abbattè e vinse settecento guerrieri del paese dei Nibelunghi, con la buona spada chiamata Balmung.

Più di un giovane guerriero fu vinto dalla paura dell’eroe e della sua spada. Il paese e i castelli si sottomisero a lui.

I due re furono da lui uccisi, ma Sigfrido fu messo in grande pericolo da Alberico. Egli voleva vendicare i propri signori, perchè non aveva ancora provato la grande forza dell’eroe. Il robusto nano non potè resistergli nel combattimento. Come leoni selvaggi corsero alla montagna, dove Sigfrido tolse ad Alberico anche il suo cappuccio magico, il cappuccio che rendeva invisibile chi lo portava.

Così Sigfrido, il terribile uomo, divenne padrone del tesoro. Quelli che osarono combattere con lui giacquero tutti morti. Fece trasportare nuovamente il tesoro nella montagna, nello stesso luogo dove lo avevano tolto gli uomini dei Nibelunghi. Alberico il forte ne divenne il custode. Dovette fare giuramento di servirlo come fante e gli tornò utile, in molte occasioni».

Così parlò Hagen di Tronje: «Tutto ciò ha fatto l’eroe. Mai guerriero ebbe una simile forza. Ancora una sua avventura mi è nota. La mano dell’eroe uccise un drago. Egli si bagnò nel suo sangue e la sua pelle divenne invulnerabile. Così nessun’arma lo ferisce, e ciò si è veduto più volte. Dobbiamo accoglierlo bene, questo è il mio consiglio, per non meritare il suo odio. Egli è tanto ardito, che lo si guarda volentieri; con le sue forze egli ha compiuto cose meravigliose».

Allora parlò il possente re: «Sia il benvenuto fra noi, egli è nobile e prode, l’ho ben udito, e ciò gli servirà nel paese dei Burgundi».

 

Anonimo, I Nibelunghi, Terza Avventura

(Come Sigfrido andò a Worms)

 

Nel giorno della Pentecoste si fa gran festa al castello. Da vicino e da lontano vengono i cavalieri più nobili e più famosi a visitare il re dei Burgundi. Allora anche Crimilde ha il permesso di presentarsi in pubblico ed ella appare splendida come l’aurora sorgente. Tra Sigfrido e la bella principessa nacque sbocciò subito un sentimento d’amore[2].

 

Ella accolse, il bel Sigfrido con modestia graziosa.

Quando ella vide il magnanimo dinanzi a lei, una fiamma imporporò le sue guancie; allora la bellissima disse: «Benvenuto, Sigfrido, nobile e buon cavaliere».

L’animo del guerriero si sollevò. Egli s’inchinò gentilmente, con grazia. L’amore reciproco li spingeva uno verso l’altro. L’eroe e la fanciulla si guardavano con occhi d’amore, di soppiatto.

Non so se la bianca mano fu allora amorosamente accarezzata con tenera stretta. Ma non posso credere che non l’abbiano fatto. Avrebbero avuto ben torto i loro cuori, che anelavano amore.

Nei bei giorni d’estate e in quelli dolci di maggio, mai egli portò nell’anima sua tanta fervida gioia come allora, quando toccò la mano della fanciulla che pensava d’amare. Più d’un guerriero allora pensò: «Eh! se fosse toccato a me di camminare così, vicino a lei, come vedo fare a Sigfrido; o di posare accanto a lei. Come lo farei volentieri!».

Mai nessun guerriero servì meglio una regina. Tutti gli ospiti, da qualunque paese fossero venuti, non guardavano nella sala che quei due. A lei fu permesso di baciare il bellissimo guerriero.

 

Anonimo, I Nibelunghi, Quinta Avventura

(Come Sigfrido vide Crimilde per la prima volta)

Non passò molto tempo che Gunther concepì l’idea di prendere in sposa la regina Brunilde.

Nuove voci correvano sul Reno. Si diceva che laggiù, molto lontano, ci fossero delle bellissime fanciulle; il re Gunther pensava di andare a chiederne una in sposa. Ciò parve buono ai suoi cavalieri e ai suoi signori.

Al di là del mare viveva una regina. Nessun’altra le poteva essere paragonata. Era bella oltre misura e possedeva una forza grandissima. Con la lancia giostrava contro i migliori eroi, che venivano lì per amore di lei. Lanciava lontano una pietra e con un salto la raggiungeva. Chi voleva guadagnare il suo amore, doveva – senza esitare – vincere in tre giochi questa donna famosa; ma, se falliva una prova, gli veniva mozzato il capo.

Un cavaliere illustre, che ne aveva sentito parlare sulle rive del Reno, volse l’animo verso quella bellissima donna: da allora molti guerrieri persero la vita.

Un giorno che il re sedeva tra la sua gente si discuteva su quale donna il sovrano dovesse prendere in moglie. Allora il re del Reno parlò così: «Voglio attraversare il mare e andare da Brunilde, qualunque cosa possa accadermi. Per amor suo rischierò la vita e voglio perderla, se non ottengo lei in moglie».

«Io ve lo sconsiglio», disse allora Sigfrido. «Questa regina ha abitudini così crudeli, che costa caro guadagnarne l’amore. Perciò vi consiglio di rinunciare ».

Il re Gunther parlò: «Mai nacque donna tanto valorosa e forte che io non possa vincere facilmente con le mie mani».

«Tacete», disse Sigfrido, «voi non la conoscete. Fossero anche quattro come voi, non potreste salvarvi dal suo furore. Lasciate dunque questo pensiero. Io ve lo consiglio sinceramente. Se volete evitare la morte, fate che il vostro amore per lei non vi affanni inutilmente».

«Sia forte quanto si voglia, devo fare questo viaggio fino a Brunilde, qualunque cosa possa succedermi. Devo tentare, per amore della sua grande bellezza; può darsi che Dio conceda che ella ci segua sul Reno».

«Allora», disse Hagen, «io vi consiglio di di chiedere a Sigfrido di portare con voi il peso di questa impresa: è questo il miglior consiglio, poichè egli conosce bene Brunilde».

Gunther disse: «Nobile Sigfrido, vuoi aiutarmi a conquistare questa bellissima donna? Acconsenti alla mia preghiera e, se io potrò ottenerla in moglie, la mia vita sarà a tua disposizione».

Sigfrido, il figlio di Sigmund, rispose così: «Lo farò se in premio mi darai tua sorella, la bella Crimilde, questa splendida figlia di re. Non chiedo altro compenso per le mie fatiche».

«Te lo prometto sul mio onore, Sigfrido», disse Gunther.

 

Anonimo, I Nibelunghi, Sesta Avventura

(Come Gunther andò in Islanda per amore di Brunilde)

 

Gunther e Sigfrido si recarono quindi in Islanda, là dove dimorava la bella e terribile regina.

 

Quando la regina vide Sigfrido, parlò cortesemente al suo ospite: «Benvenuto in questo paese, Sigfrido. Che scopo ha il vostro viaggio? Vi prego di farmelo sapere».

«Molte grazie, dama Brunilde, poiché vi siete degnata di salutarmi, soave figlia di principi, prima di questo nobile cavaliere che sta qui, dinanzi a me. Egli è il mio signore: devo rinunciare all’onore che mi fate. Egli è re sul Reno: che posso dire di più? Abbiamo navigato sin qui per amor vostro. Egli vuole amarvi, qualunque cosa accada. Pensateci bene, perché egli non rinuncerà al suo disegno. Si chiama Gunther, è un re fiero e potente. Se ottiene il vostro amore, non gli resta altro da desiderare. Per lui ho fatto questo viaggio. Se egli non fosse il mio signore, me lo sarei risparmiato».

Ella disse: «Se questi davvero è il tuo signore e tu sei un suo vassallo, mostri il suo valore nel tentare le prove che io stessa gli propongo. Ma se perde, di voi tutti, dell’onore e della vita io potrò disporre».

Disse Hagen di Tronje: «Che prove sono, signora? Saranno tanto tremende per il mio signore, mentre egli spera di ottenere per moglie una donna così bella e fiera?».

«Deve lanciare una pietra, raggiungerla con un salto, sfidarmi con la lancia: non siate troppo arditi; rischiate l’onore e la vita: se egli perde, per voi tutti è finita».

Sigfrido rapidamente si accostò al re e gli disse di accettare la sfida, di non temere, di starsene tranquillo e fiducioso: «Con le mie astuzie, sarò vittorioso».

Disse allora il re Gunther: «Magnifica regina, io affronterò per voi le prove che la vostra volontà mi destina; se Dio mi aiuta, voi sarete mia moglie o lascerò qui la vita».

Quando la regina udì tali parole, chiese di non indugiare oltre. Si fece portare una corazza d’oro e un forte scudo; indossò una maglia di acciaio proveniente dalla Libia, tutta orlata di borchie lucide. Ma gli ospiti erano rimasti pensierosi per la sua superbia; specialmente Dankwart e Hagen erano preoccupati per il loro signore e dicevano: «Questo viaggio non sarà buono per noi».

Frattanto Sigfrido andò segretamente alla nave, dove aveva nascosto il cappuccio magico, se ne ricoprì e rimase invisibile. Tornò indietro in mezzo ai cavalieri, dove la regina si accingeva ai suoi giochi: nessuno lo vedeva. I cavalieri facevano circolo intorno. Erano settecento uomini che portavano armi e dovevano giudicare lealmente il vincitore.

Venne la regina, armata di tutto punto: aveva sulla seta molti ornamenti d’oro; il suo roseo viso splendeva di grazia. Vennero i suoi servi e portarono lo scudo d’oro grande, largo, con finimenti d’acciaio; fu deposto sopra un tessuto di gemme color dell’erba, che scintillavano sull’oro. Doveva essere ben coraggioso chi osava sfidare questa regina. Lo scudo era grosso tre spanne, ricco d’oro e d’acciaio; il servo lo portò con grande fatica. Quando Hagen lo vide, ne fu indispettito e disse: «Ebbene, re Gunther? Qui si rischia la vita; quella che amate è una donna diabolica».

Udite ora come era vestita: aveva una gonna stemmata, di seta nobile e preziosa, sulla quale splendevano gemme. Le fu poi recato uno spiedo largo e forte, acuto e pesante. Udite ciò che si diceva dello spiedo: cento libbre di ferro vi erano state impiegate. Tre uomini lo portarono a fatica. Gunther lo contemplava pensieroso. Diceva tra sè: «Che succederà? Il demonio dell’inferno non si difenderebbe da lei. Se potessi tornarmene salvo sul Reno, il mio amore potrebbe aspettare un bel po’».

Era impensierito e dolente. Gli fu recata la sua armatura, che indossò rapidamente. Ma Hagen era molto in pena. Il fratello di Hagen, Dankwart, disse: «Sono pentito di questo viaggio. Eravamo prodi guerrieri e una donna ci rovinerà? Sono pentito di essere venuto in questo paese. Se mio fratello Hagen e io avessimo le nostre spade, i vassalli di Brunilde andrebbero adagio con la loro insolenza. E se avessi giurato mille volte la pace, prima di veder morire il mio caro signore perderebbe la vita questa bella donzella».

Disse Hagen a suo fratello: «Vorremmo andarcene da questo paese. Se avessimo le nostre armature e le buone spade, la superbia della bella donna si placherebbe».

La donna udì queste parole e lo guardò sorridendo, da sotto il braccio: «Poichè si crede così forte, portate la loro armatura, mettete in mano agli eroi le loro armi affilate. M’importa poco che siano armati o disarmati», disse la regina, «di quanti conosco non temo la forza; potrei forse impararlo combattendo con lui».

Quando furono recate le armi, Dankwart l’ardito arrossì di gioia. «Ora giocate come vi pare», disse il cavaliere. «Gunther è sicuro; abbiamo di nuovo la nostra spada».

La forza di Brunilde non si mostrò piccola. Le fu portata una pietra pesante: grossa, rotonda e larga. Dodici uomini la portarono. La preoccupazione dei Burgundi fu grande. Hagen disse forte: «Ma chi vuole sposare il nostro re? Fosse nell’inferno questa sposa del demonio!».

Ella rimboccò le maniche sulle sue bianche braccia, afferrò lo scudo, impugnò lo spiedo. Era il principio della lotta. Gunther e Sigfrido ne furono spaventati.

E se Sigfrido non gli fosse venuto in aiuto, Gunther vi avrebbe perduto la vita. Egli si accostò non visto e gli toccò la mano; ma Gunther ne provò grande timore.

«Chi mi ha toccato?», pensava. E guardandosi intorno non vide nessuno.

Quello disse: «Sono io, Sigfrido, il tuo compagno. Non avere alcun timore della regina. Dammi il tuo scudo e tieni a mente ciò che ti dico: tu farai i gesti e io l’opera».

Quando Gunther lo udì ne fu ben contento.

«Nascondi le mie arti, e sarà bene per entrambi. Così la regina non sfogherà su di te il suo orgoglio, come ne ha l’intenzione. Vedi con che ardimento osa venirti incontro».

La splendida fanciulla lanciò con tutte le sue forze lo spiedo contro lo scudo largo e forte che Sigfrido portava alla sinistra. Le scintille sprizzarono dall’acciaio come spinte dal vento. Il ferro attraversò lo scudo e le scintille sprizzarono dagli anelli.

Per il colpo i due guerrieri caddero; se non era per il magico cappuccio sarebbero stati uccisi tutti e due. A Sigfrido uscì il sangue dalla bocca. Ma balzò tosto in piedi. Afferrò lo spiedo che aveva attraversato il suo scudo e con forte mano tornò a lanciarlo a lei.

«Non voglio colpire la splendida fanciulla», pensava.

Volse dietro la schiena la lama dello spiedo e lo lanciò sulla corazza di lei dalla parte dell’asta, con la sua forte mano. Le scintille sprizzarono dalla corazza come spinte dal vento. Il figlio di Sieglinde aveva colpito bene. Ella non resistette all’urto. In verità Gunther non avrebbe potuto farlo.

La bella Brunilde balzò presto in piedi: «Gunther, nobile cavaliere, grazie del bel colpo!». Ella pensava che l’avesse fatto lui, con le sue forze; ma un uomo assai più forte l’aveva gettata a terra. Adirata, la nobile fanciulla sollevò la pietra e la lanciò lontano con tutta la forza, poi la inseguì con un salto; la sua corazza risuonò tutta.

La pietra cadde a terra, dodici braccia lontano da lei; ma con il salto la fanciulla andò più lontano. Il veloce Sigfrido corse là dove giaceva il sasso; Gunther finse di prenderlo, ma Sigfrido lo lanciò; egli era forte, coraggioso e anche alto: lanciò la pietra più lontano e saltò anche più lontano. Grande meraviglia fu: egli nel salto portò anche Gunther. Il salto era finito; il sasso giaceva a terra e si vedeva soltanto Gunther, il guerriero. La bella Brunilde era rossa di collera. Sigfrido aveva salvato Gunther dalla morte.

La regina, quando vide Gunther sano e salvo all’estremità del circolo, disse ai suoi servi: «Amici e uomini ligi, avvicinatevi; voi sarete tutti soggetti a re Gunther».

Quelli deposero tutti le armi e si prostrarono al re dei Burgundi; erano uomini forti e arditi, ma credevano che i giochi li avesse fatti lui, con le proprie forze.

In tale maniera l’orgogliosa Brunilde fu conquistata con la forza e con l’inganno; ella dovette prepararsi a seguire il suo sposo nel paese dei Burgundi.

 

Anonimo, I Nibelunghi, Settima Avventura

(Come Gunther conquistò Brunilde)

 

Si celebrarono così le nozze tra Gunther e Brunilde[3].

 

Ma l’orgogliosa Brunilde non amava colui che credeva essere il suo vincitore e la stessa notte delle nozze ella, abusando della propria forza, legò il marito con una magica cintura che possedeva e lo attaccò a un piolo, lasciandolo là fino al mattino.

Gunther narrò a Sigfrido la sua triste avventura. E allora Sigfrido, la notte seguente, fingendo di essere il marito, lottò con Brunilde, la vinse e le tolse la cintura e un anello, che imprudentemente donò alla propria sposa, Crimilde.

 

Anonimo, I Nibelunghi, Decima Avventura

(Le nozze di Gunther e Brunilde)

Crimilde e Sigfrido

Avvenne tuttavia in seguito che tra Brunilde e Crimilde scoppiasse una lite su chi fosse il più nobile e il più coraggioso tra gli uomini.

 

Sedevano vicine e ciascuna pensava

al cavaliere più prode, quello che ciascuna amava.

Disse allora Crimilde: «Ho uno sposo assai degno

di esser padrone e sovrano in questo vasto regno».

Disse Brunilde: «Come puoi pensare una cosa simile?

A meno che tu e Sigfrido non sopravviviate a noi,

fino a quando Gunther è vivo non sarà mai possibile

che tuo marito abbia un regno».

E Crimilde a sua volta: «Guarda come egli va avanti,

come lo si vede andare superbo davanti a tutti,

come la chiara luna risplende fra le stelle.

A ragione il mio cuore è pieno di orgoglio e di gioia ».

E Brunilde rispose: «Per quanto tuo marito

possa esser bello, forte e cavaliere ardito,

non potrà mai competere con Gunther, tu lo sai.

Il tuo nobile fratello è assai superiore a lui».

E Crimilde: «Il mio sposo è degno di tanto onore,

che a ragione lo loda la mia lingua ed il mio cuore.

In molte illustri imprese egli acquistò gloria e fama;

credimi Brunilde, lo sai che Gunther lo chiama suo pari».

 

Allora le due regine si ingiuriarono senza ritegno. E Crimilde rinfacciò a Brunilde di essere stata prima la moglie di Sigfrido anzichè di Gunther. Brunilde, profondamente offesa, disse: «Lo dirò a Gunther».

E Crimilde rispose: «Che me ne importa? La tua insolenza ti ha ingannata; sei tu che mi hai costretta a parlare. Te lo dico in verità e me ne dispiace; non potrò più essere in amicizia con te».

 

[…]

 

Brunilde disse: «Fermatevi! Voi mi avete oltraggiata; datemi delle prove; i vostri discorsi mi hanno fatto male».

E la bella Crimilde disse: «Perchè non mi lasciate andare? Ve lo provo con l’oro che splende sulla mia mano. Me lo donò Sigfrido dopo che stette con voi».

Mai Brunilde ebbe una giornata più penosa. Disse: «Quest’oro mi fu rubato molti anni fa. Ora scopro chi lo trafugò».

 

Anonimo, I Nibelunghi, Quattordicesima Avventura

(Come le due regine litigarono fra loro)

A seguito di quella notizia, Brunilde divenne triste e taciturna; nel profondo, ella cercava vendetta nei confronti di Sigfrido per quello che considerava un vero e proprio tradimento. La tristezza mutò ben presto in furore, ragion per cui Brunilde spinse il marito ad uccidere il cognato, calunniandolo presso di lui.

Allora Hagen di Tronje si recò da Crimilde col pretesto di prendere congedo da lei, perché anch’egli sarebbe partito per la guerra.

«Me fortunata!», disse Crimilde, «di avere conquistato un uomo che sa difendere così bene i miei cari amici, come fa Sigfrido con i miei fratelli; perciò io sono sempre di buon animo».

Disse poi la regina: «Caro amico mio, Hagen, io spero ora che vi ricorderete che io vi servo volentieri; non vi ho mai offeso; ciò torni a profitto al mio caro marito; non fate scontare a lui quello che io ho fatto a Brunilde. Io ne sono pentita», disse la nobile donna, «ed egli mi ha coperto il corpo di lividi per castigarmi di avere amareggiato l’animo di Brunilde; egli l’ha vendicata, il buono e ardito cavaliere».

Egli disse: «Vi riconcilierete fra pochi giorni certamente. E ora, Crimilde, mia signora cara, ditemi in che modo posso servirvi presso Sigfrido, vostro signore. Io lo farò volentieri, regina».

La nobile donna disse: «Io sarei senza timore che possa perdere la vita in battaglia, se egli non fosse temerario, questo guerriero bravo e valoroso».

Hagen cominciò: «Se voi, signora, temete che egli possa essere ferito, confidatemi: come potrei fare per impedirlo? Per difenderlo cavalcherò e andrò sempre accanto a lui».

Ella disse: «Tu mi sei parente. Ti raccomando in fede il mio sposo gentile; proteggi il mio amato marito». E gli confidò ciò che avrebbe fatto meglio a tacere. Ella disse: «Mio marito è valoroso e anche molto forte. Quando egli uccise il drago sulla montagna, il pronto guerriero si bagnò nel suo sangue, di modo che nessun’arma potrebbe ferirlo. Eppure temo che, se egli va in battaglia e le mani degli eroi vibrano colpi di lance, io potrei pure perderlo, il mio amato marito. Ahi! quanti gravi pensieri ebbi per Sigfrido! Amico mio, io ti prego di conservarmi la tua fedeltà: saprai dove si potrebbe ferire il mio amato marito. Te lo confido in misericordia! Quando il caldo sangue scorse dalle ferite del drago e il buon cavaliere vi si bagnò, una foglia di tiglio gli cadde fra le spalle: là può essere ferito. Ciò mi procura timore e pena».

Disse Hagen di Tronje: «Cucite segretamente sulla sua veste una crocea, un segno, con la vostra mano. E allora capirò dove devo proteggerlo».

Ella credeva così di salvarlo, e invece si tramava la sua morte.

 

[…]

 

Hagen prese congedo e se ne andò allegro. Il suo signore gli domandò che cosa avesse appreso.

«Se volete mutare il viaggio, possiamo andare alla caccia. Io so ora la maniera di ucciderlo. Volete ordinare la caccia?».

«Lo farò subito», disse il re. Il vassallo del re era lieto e di buon umore. Certo, fino alla fine del mondo nessun cavaliere farà una simile perfidia, come la fece lui, quando la bella regina si affidò alla sua fedeltà.

Anonimo, I Nibelunghi, Quindicesima Avventura

(Come Sigfrido fu tradito)

 

Una volta appreso il segreto fatale, Hagen uccise a tradimento il nobile Sigfrido durante una battuta di caccia.

 

Disse Hagen: «Signore, qui vicino nel bosco

Vi è una sorgente d’acqua freschissima.

Non siate in collera, andiamo lì».

Questo consiglio doveva portare molti frutti amari.

La sete torturava Sigfrido, l’eroe fedele.

Si levarono le mense e si mossero tutti

a cercare la sorgente, ai piedi del monte. Con l’inganno

Hagen voleva attirare Sigfrido a suo danno.

Mentre verso il gran tiglio andavano gli eroi,

disse il perfido Hagen: «Sigfrido, ci venne detto

che nessuno ti vince nella corsa. E confesso

che mi piacerebbe averne le prova adesso».

Disse allora il guerriero senza timore e sospetto:

«Se volete provare, ora scommetto con voi.

La fonte sia l’arrivo. Chi arriva dopo, perde

e dovrà inginocchiarsi là nel prato in mezzo al verde».

«Ebbene, tenteremo», disse Hagen. «E voglio

correre armato», aggiunse poi Sigfrido con orgoglio,

«con lo spiedo, lo scudo e l’armi della caccia».

Prese la faretra si allacciò il grande scudo.

I due vollero tenere solo i camici bianchi,

poi furono visti correre come pantere selvagge

per il verde trifoglio, con mosse accorte e pronte.

Ma il veloce Sigfrido fu visto per primo alla fonte.

In ogni gara Sigfrido fu il primo. Egli si tolse

la spada, poi si tolse tutte le armi di dosso.

Appoggiò il forte spiedo al tronco della pianta

e attese presso la fonte, bello per il suo coraggio.

Qui si mostrò cortese, così come era valente.

Sigfrido pose lo scudo sull’orlo della sorgente,

ma per quanto la sete lo torturasse molto

non volle bere mai prima del re.

Malamente fu ripagato. L’acqua era trasparente

e fresca. Il re, chinato, ne bevve a lungo

e, quando ebbe bevuto, si alzò sodisfatto.

Volentieri ora l’avrebbe fatto l’eroe Sigfrido.

Cara ebbe a pagare la propria cortesia.

Il falso Hagen gli portò via l’arco e la spada,

afferrò poi lo spiedo e, cercando il segnale

sulla veste, vi scorse la croce fatale.

Quando Sigfrido si chinò per bere

Hagen gli immerse il ferro attraverso la croce.

Sprizzò il sangue dal cuore spaccato sulle vesti

di Hagen. Mai guerriero compì azione più funesta.

Egli lasciò lo spiedo infisso nel cuore,

il traditore si mise a fuggire velocemente.

In vita sua mai così era fuggito.

Appena Sigfrido, l’eroe, comprese che era ferito

balzò in piedi, ruggendo. Tra le spalle sporgeva

il legno dello spiedo. L’eroe credeva di trovare

la sua spada o il suo arco. Se l’avesse trovato,

Hagen avrebbe ricevuto il premio meritato.

Non trovando la spada, gli restava lo scudo.

Lo tolse prestamente dalla fonte dove stava.

Inseguì Hagen, presto lo raggiunse; l’amico

di re Gunther non poté sfuggire alla sua ira.

E con lo scudo allora, pure ferito a morte,

Sigfrido, diede un colpo così forte al traditore

che le gemme staccate volarono via e lo scudo

parve spezzarsi. L’eroe voleva vendicarsi.

Il traditore cadde, colpito dalla forza di Sigfrido;

se l’altro avesse avuto la spada, Hagen sarebbe stato ucciso.

La foresta e la valle risuonavano di colpi,

così terribile era l’ira di colui che era stato colpito alle spalle.

Ma il suo viso si copre di un pallore mortale.

Egli sente le forze mancargli e già lo assale

il languore di morte, sente il gelo; ahi, quanto

sarà pianto da belle donne il nobile eroe!

Lo sposo di Crimilde cadde tra i fiori. Usciva

a fiotti il sangue dalla ferita viva.

Allora, nell’angoscia del suo cuore, Sigfrido

prese ad ingiuriare coloro che l’avevano tradito.

Diceva il moribondo: «O falsi traditori!

Così mi ripagate i servigi, i favori?

Sempre vi fui fedele, e voi mi date morte.

Gli amici affezionati assai male li trattate.

Ma biasimo cadrà su quelli che nasceranno

da voi, da questo giorno, per il vostro atroce inganno.

Dal numero dei buoni cavalieri voi sarete

cancellati per sempre dopo tutto questo».

Da ogni parte i guerrieri si affollavano intorno

al caduto. Per molti fu quello un triste giorno.

Lo piange chi ne conosce la fedeltà e l’onore

e bene l’ha meritato Sigfrido per il suo valore.

Anche il re dei Burgundi compiangeva il ferito.

Disse Sigfrido: «Perché piange chi mi ha colpito?

Chi ha commesso il delitto non deve piangere.

Ma eterno disonore ricadrà sopra di voi».

Disse il feroce Hagen: «Di che vi lamentate?

Ecco: le nostre pene sono terminate.

Ora non dobbiamo temere nessuno superiore

a noi. Vi ho sbarazzati di un signore importuno».

«Ben potete vantarvi», disse allora il morente,

«ma, se avessi saputo chi eravate realmente

– assassini! -, mi sarei guardato da voi.

Mi affanna il pensiero della mia amata Crimilde.

Abbia pietà il Signore del figlio che mi ha dato…

che sempre, in avvenire, gli sarà rinfacciato

l’assassinio commesso dai suoi stretti parenti.

Non ho forza bastante per dire quanto io mi lamenti!».

Disse Sigfrido al re: «Mai nessun uomo ha fatto

quello che voi avete fatto. Un misfatto più feroce

non venne mai commesso al mondo. Il mio braccio vi diede

più volte forza e aiuto. Questa è ora la mia ricompensa!».

Tra gli spasimi ancora continuò il moribondo:

«Nobile re, se ancora una sola cosa al mondo

volete fare lealmente, la mia cara consorte

vi sia raccomandata assai dopo la mia morte.

Ella è vostra sorella. Siatele di sostegno,

ve ne prego per l’onore di cui un principe è degno.

Mi aspetteranno a lungo, mio padre e la mia gente.

Mai fu recata ad una donna una pena più cocente».

Si contorceva intanto per il dolore atroce

e parlava con voce lamentosa:

«Vi pentirete un giorno del mio assassinio. Il colpo

che mi uccide per voi stessi sarà un colpo mortale».

I fiori tutto intorno erano rossi di sangue.

Lotta ancora l’eroe con la morte, poi langue.

Troppo dentro lo spiedo crudele l’aveva colpito.

Non poteva più parlare: tutto era finito.

Quando i signori videro morto il loro compagno

lo deposero sopra lo scudo di rosso oro.

Quindi si consigliarono tra loro su come celare

il delitto di Hagen, chi poter accusare.

Molti dicevano: «Presto ce ne pentiremo!

Siamo dunque d’accordo, diciamo tutti uniti

che il marito di Crimilde andò da solo a cacciare

e nel folto del bosco fu colpito da ladroni».

Disse Hagen di Tronje: «Per me, poco mi importa

che ella sappia. E io stesso lo deporrò alla porta

di chi ha trafitto il cuore di Brunilde e non chiederò

delle sue lacrime sue, se anche la vedessi piangere ».

Se volete sapere dov’è quella sorgente

che vide morto Sigfrido, lo dirò veramente:

Davanti al bosco di Oden si trova un villaggio

e la fonte vi scorre tuttora. Ecco dunque la prova.

Anonimo, I Nibelunghi, Sedicesima Avventura

(Come Sigfrido fu ucciso)

Una cerimonia funebre senza pari venne allestita per celebrare il grande eroe: attorno alla pira vi erano arazzi e scudi, la spada Gramr e due falchi; quando il fuoco venne acceso, i cantori dell’antica Scandinavia narrano che la bella Brunilde non poté sopportare il rimorso per aver causato la morte di chi gli aveva giurato amore eterno: ella indossò la corazza e si trapassò con la spada (ovvero, secondo alcuni, si gettò tra le fiamme).

La morte di Sigfrido

Poi le fiamme divampano

con turbinio di fumo,

alto ruggisce il fuoco,

circondato da pianti.

Trapassò così Sigurd

discendente di Volsung,

anche Brynhild fu arsa:

e ogni gioia ebbe fine.

TOLKIEN, Il nuovo lai dei Volsunghi, Deild, str. 76

(traduzione di R. VALLA)

 

Sigurd e Brunilde vennero accolti nel Valhöll (Valhalla), dove banchettarono al fianco degli Dei, in attesa del giorno fatale che un giorno opporrà le forze del bene a quelle del male.

 

Quando il corno di Heimdall

tutti udranno squillare

e il ponte dell’Iride

piegheranno i cavalli,

sarà Brynhild a cingergli

la cintura e la spada.

TOLKIEN, Il nuovo lai dei Volsunghi, Deild, str. 79

(traduzione di R. VALLA)

Dopo la morte di Sigfrido, i Burgundi si impossessarono del tesoro di Fafnir e, da allora, presero il nome di Nibelunghi; un triste destino, tuttavia, attendeva gli assassini.

 

[1]     Si noti come il racconto delle imprese di Sigfrido, per bocca di Hagen, differisca dalla versione scandinava della leggenda.
[2]     Nella versione scandinava della leggenda, Sigurd/Sigfrido dopo l’imprea di Fafnir proseguì il suo viaggio ed arrivò nella terra dei Burgundi. Poiché la famiglia reale ritenne che sarebbe stata una fortuna se l’uccisore del drago avesse sposato la loro principessa, la regina preparò un filtro magico che dava l’oblio a chiunque ne bevesse. Sigurd sorseggiò la bevanda e, in un attimo, dimenticò Brunilde e le sue promesse di amore eterno: egli sposò quindi Gudrun/Crimilde e si legò con giuramenti ai suoi fratelli, con i quali egli compì grandi imprese. La tradizione germanica sembra invece ignorare l’episodio relativo della conquista della valchiria, anche se Brunilde ha comunque un ruolo rilevante nella narrazione.
[3]     Nella versione scandinava, Gunther/Gunnarr concepì l’idea di prendere in sposa la valchiria, circondata dal bastione di scudi; per quanti sforzi egli facesse, tuttavia, egli non riusciva a spronare il suo cavallo oltre il muro di fuoco. Venne allora in suo soccorso Sigurd che, prese le sembianze del cognato, spinse Grani al di là del cerchio di scudi e si presentò a Brunilde come Gunnarr, chiedendola in sposa. Il figlio di Sigmund dormì per tre notti con la valchiria, ma come atto di estrema correttezza nei confronti del re dei Burgundi collocò sempre nel letto la sua spada, in modo che i corpi di lui e di Brunilde rimanessero separati. Egli non potè fare a meno, tuttavia, di sottrarre alla bella guerriera il prezioso anello di Andvari (che, in precedenza, lui stesso le aveva donato) sostituendolo con un altro monile del tesoro di Fafnir. Brunilde, pur rimanendo assai perplessa per la piega degli eventi (ella non aveva dimenticato la promessa d’amore fatta a Sigurd), acconsentì alle nozze con Gunnarr che vennero celebrate con grande letizia del popolo dei Burgundi.

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di Daniele Bello

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