L’ultimo plenilunio

Alberto Ghesizzi si fermò, il cuore in tumulto. Questa volta lo aveva sentito chiaramente: un ringhio basso, gutturale, che proveniva dalle tenebre davanti a sé. Si tirò su la cerniera dei pantaloni, arretrò di un passo dall’albero. Le orecchie tese, a captare il minimo fruscio; il fiato corto.

Stava rientrando a casa da una festa passata con amici in centro città. Stando nel rione di San Luigi, aveva deciso di tagliare per il bosco del Farneto. A metà strada, aveva sentito il bisogno urgente di attaccarsi al primo albero per liberare la vescica gonfia di birra. Solo allora, aveva udito quel suono raggelante.

Pensando a un cane vagabondo, afferrò una pietra dal sentiero. Tese i muscoli. I tonfi del cuore che batteva sembravano i passi di un gigante in arrivo. Niente.

Il respiro gli creava nuvole di vapore intorno al volto. Niente. I rami di un albero vicino si scossero e sbatterono nel vento. Niente. Alberto riprese lentamente a camminare lungo il sentiero, ancora con la pietra sollevata a mezz’aria, sempre all’erta per captare un qualsiasi segnale di movimento.

La luna splendeva alta nel cielo, rischiarando in gran parte il sentiero che serpeggiava tra gli alberi. Un’ombra scivolò tra le ombre. Alberto la vide con la coda dell’occhio destro. Si fermò, pronto a lanciare la pietra. Ci fu un trambusto tra una macchia di cespugli.

Poi qualcosa balzò fuori puntando dritto verso di lui; qualcosa che nell’avvicinarsi ansimava e grugniva. Alberto rimase paralizzato. Il bagliore nel buio, forse di un occhio o di una zanna, gli fece capire che l’assalitore era quasi sopra di lui.

Fece partire la pietra, che mancò il bersaglio svanendo nel buio. Mentre si rannicchiava istintivamente, gli arrivò all’orecchio un ringhio animalesco. Peli ispidi sulla faccia. Un colpo violento e lacerante al ventre. Uno strappo al vestito. Alberto Ghesizzi rovinò al suolo. Nelle orecchie aveva gli sbuffi e i ringhi della bestia sopra di sé. Il dolore al ventre gli dava le vertigini.

Con un’occhiata, riuscì a scorgere un muso allungato, con labbra contratte in un ringhio che metteva in risalto delle zanne grondanti bava. Notò lo scintillio di un occhio giallo. Poi sentì il fiato caldo della bestia sul volto, e il terrore lo pervase. Di colpo, si sentì invadere da una gradita sonnolenza.

Come in un sogno, vide la luna alta nel cielo. Quasi dimenticò l’acuto dolore al ventre. E poco gli importò che la sua testa fosse tra le fauci della bestia. Si sorprese quando sentì le ossa del collo spezzarsi con un forte scricchiolio. Poi il buio.

Un ululato spezzò il silenzio del bosco, dissolvendosi nel buio dei suoi recessi.

di Davide Stocovaz

Gennaio 14, 2019

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