Odissea – Libro IV

ODISSEA

Libro Quarto

Giunsero a Lacedemone, posta in una larga vallata,                                                                     1

e guidarono fino al palazzo del glorioso Menelao.

Lo trovarono in casa sua, tra molti invitati, al banchetto

di nozze del figlio e della virtuosa figlia.

La figlia andava sposa al figlio del glorioso Achille:                                                                      5

quando erano a Troia, infatti, gliela aveva promessa;

e gli Dei avevano voluto che le nozze si compissero,

per cui la faceva partire con cavalli e carri verso

la gloriosa città dei Mirmidoni, su cui regnava lui;

al figlio aveva dato in moglie una Spartana, una figlia di Alettore:                                          10

a suo figlio, il forte Megapente, molto amato; ma era nato

da una schiava, gli Dei non avevano concesso altri figli a Elena

dopo la nascita dell’amabile fanciulla

Ermione, bella come l’aurea Afrodite.

Così, in quella grande casa dall’alto soffitto,                                                                                 15

banchettavano i vicini e gli amici del glorioso Menelao:

erano lieti; tra loro, un aedo divino cantava

accompagnandosi con la cetra; in mezzo, due acrobati

volteggiavano e davano inizio alla danza.

I due si fermarono nell’atrio, con i loro cavalli,                                                                           20

il nobile Telemaco e lo splendido figlio di Nestore,

davanti alla casa; il possente Eteoneo, uscendo, li vide

(era il solerte aiutante del glorioso Menelao)

e tornò in casa per annunciarlo al signore di popoli;

standogli accanto, gli rivolse parole alate:                                                                                    25

“Menelao prediletto da Zeus, ci sono due stranieri:

due uomini che sembrano della stirpe del grande Zeus.

Dimmi se dobbiamo staccare dal carro i loro veloci cavalli,

o lasciarli andare da un altro che li accolga come un amico”.

Sdegnato, il biondo Menelao gli rispose:                                                                                      30

“Tu non eri uno sciocco, Eteoneo figlio di Boetoo;

ma ora dici sciocchezze, come un bambino.

Anche noi due siamo tornati a casa mangiando

alla mensa ospitale di uomini stranieri, sperando che Zeus

avrebbe posto fine alle nostre sofferenze. Stacca i cavalli                                                          35

degli ospiti e accompagnali qui al banchetto”.

Così disse; l’altro attraversò la sala e chiamò

altri solerti aiutanti, perché lo accompagnassero;

insieme staccarono dal giogo i cavalli coperti di sudore,

li legarono alle mangiatoie dei cavalli:                                                                                          40

versarono la biada e vi mischiarono orzo bianco;

appoggiarono il carro alla parte lucida,

poi accompagnarono i due nella splendida casa. Quelli erano

pieni di meraviglia, nel vedere la casa del re prediletto da Zeus:

vi era splendore, come quello del sole e della luna,                                                                     45

nell’alto palazzo del glorioso Menelao.

Ma quando furono sazi di guardare con gli occhi,

entrarono nelle vasche ben levigate per fare il bagno.

Dopo che le ancelle li ebbero lavati li unsero con l’olio,

indossarono tuniche e morbidi mantelli;                                                                                     50

poi sedettero accanto a Menelao figlio di Atreo.

Un’ancella, che portava l’acqua, la versò da una brocca

bellissima in oro dentro un bacile d’argento,

perché si lavassero; pose accanto a loro una tavola liscia,

poi venne la fedele dispensiera, portando il pane                                                                        55

e offrendo il cibo, generosa di quel che c’era;

[il tagliatore di carni offrì piatti di carni scelte

di ogni tipo e pose davanti a loro tazze d’oro.]

Salutando i due stranieri, il biondo Menelao disse:

“Mangiate questi cibi e godetene; dopo,                                                                                       60

quando avrete finito di mangiare, vi chiederemo chi siete.

Certo non si è perduta in voi la nobiltà dei vostri genitori:

voi dovete esser nati da re prediletti da Zeus

e portatori di scettro; uomini vili mai hanno generato figli così”.

Così disse; con le sue stesse mani, offrì loro la spalla arrostita                                                 65

di un grosso bue, che gli era stata offerta in segno di onore.

Quelli tesero le mani sui cibi pronti ed imbanditi;

quando ebbero saziato il desiderio di bere e di mangiare,

Telemaco disse al figlio di Nestore,

accostando la testa, perché gli altri non lo ascoltassero:                                                            70

“Guarda, figlio di Nestore a me carissimo,

lo splendore del bronzo, dell’oro, dell’ambra, dell’argento

e dell’avorio in questa casa che riecheggia di canti!

Così sarà, all’interno, la reggia di Zeus Olimpio:

tante sono queste meraviglie. Mi stupisco nel guardare!”.                                                         75

Ma il biondo Menelao lo sentì mentre parlava

e rivolse ai due stranieri parole alate:

“Figli cari, nessun uomo può misurarsi con Zeus

perché le sue case e le sue ricchezze sono immortali.

Forse qualcuno degli uomini potrà gareggiare con me                                                              80

per ricchezze: dopo molte sofferenze e molti vagabondaggi,

le caricai sulle mie navi e tornai qui dopo sette anni;

dopo aver vagato fino a Cipro, alla Fenicia e all’Egitto,

arrivai tra gli Etiopi, i Sidoni e gli Erembi;

giunsi fino in Libia, dove gli agnelli nascono con le corna                                                         85

e le pecore partoriscono tre volte all’anno;

lì né il padrone, né il pastore sono mai privi

di formaggio, di carne o di dolce latte,

perché le bestie offrono sempre latte da mungere.

Mentre vagavo tra quelle genti, raccogliendo molte                                                                   90

ricchezze, un altro mi uccideva il fratello di nascosto,

all’improvviso, grazie al tradimento della moglie funesta.

Così ora sono padrone di tante ricchezze, ma senza gioia.

Certo, questo lo avrete saputo dai vostri padri, chiunque essi

siano: perché io ho molto sofferto, ho perduto una casa                                                            95

ricca, situata in un bel posto e piena di tesori.

Ma ora darei due terzi delle mie ricchezze

purché fossero salvi tutti quelli che morirono

nella vasta terra di Troia, lontani da Argo ricca di cavalli.

Pur soffrendo e sospirando per loro,                                                                                           100

spesso nel mio palazzo io mi sazio

di lacrime; altre volte, invece, mi freno

perché è rapida la stanchezza del pianto!

Ma, anche se addolorato, non soffro tanto per gli altri

quanto per uno: al ricordo, mi è odioso il sonno e il cibo,                                                        105

perché nessuno degli Achei tanto ha fatto

e tanto ha sofferto quanto Odisseo; per lui era destino

che soffrisse molte pene: e io provo un dolore incessante

per lui perché è lontano da molto tempo, non sappiamo

se è ancora vivo o se è morto. Certo, ora lo piangono                                                               110

il vecchio Laerte, la saggia Penelope

e Telemaco, che lasciò in casa appena nato”.

Così disse; Telemaco fu preso dal desiderio di piangere:

dagli occhi caddero lacrime fino a terra, sentendo del padre,

mentre con le due mani sollevava innanzi agli occhi                                                                 115

il suo mantello di porpora. Allora Menelao lo riconobbe;

era incerto, nella mente e nell’animo, se aspettare

che lui stesso gli parlasse di suo padre, oppure

interrogarlo e chiedergli tutto.

Mentre si dibatteva tra questi pensieri,                                                                                      120

dall’alto del suo talamo profumato venne giù

Elena, simile ad Artemide dalle frecce d’oro.

Adreste, che l’accompagnava, le pose un bel seggio,

mentre Alcippe portava un tappeto di morbida lana;

Filò portò un cesto d’argento: un dono                                                                                       125

di Alcandre, la moglie di Polibo, che abitava a Tebe

d’Egitto, dove nelle case si accumulano infinite ricchezze;

questi regalò a Menelao due vasche d’argento,

due tripodi e dieci talenti d’oro;

la moglie offrì a Elena un bellissimo dono:                                                                                130

un fuso d’oro accompagnato da un cesto su ruote,

in argento, con gli orli rifiniti in oro:

proprio questo portava l’ancella Filò, glielo pose

accanto, pieno di lana ben ritorta; e sopra

vi poggiò il fuso, con intorno della lana di color viola.                                                              135

Elena sedette sul seggio (c’era sotto uno sgabello per i piedi);

e subito rivolse domande al marito:

“Menelao prediletto da Zeus, chi sono

questi uomini arrivati qui a casa nostra?

Mi sbaglio, o dirò una cosa vera? Il cuore mi spinge a dirlo:                                                   140

non ho mai visto nessuno, né uomo né donna

così somigliante – e mi stupisco nel vederlo –

quanto questi somiglia al magnanimo Odisseo:

sembra proprio Telemaco, il figlio che lui lasciò in casa

appena nato, quando voi Achei veniste a Troia per me,                                                           145

donna svergognata, a condurre una guerra terribile”.

Il biondo Menelao le rispose così:

“La penso anche io come te, donna;

lui aveva gli stessi piedi, le stesse mani,

gli stessi sguardi, lo stesso viso e gli stessi capelli.                                                                    150

Proprio ora io stavo ricordando Odisseo,

dicevo quanto soffrì e quanto lottò per me;

e costui versava fitte lacrime, mentre con le due mani

sollevava innanzi agli occhi il suo mantello di porpora.

Allora Pisistrato, il figlio di Nestore, disse di rimando:                                                            155

“Menelao figlio di Atreo, prediletto da Zeus e signore di popoli,

questi è davvero figlio di Odisseo, come tu dici;

ma è prudente e prova imbarazzo nell’animo:

è appena venuto, teme di dire parole sbagliate

davanti a te; ascoltiamo la tua voce come quella di un Dio.                                                    160

Nestore Gerenio condottiero di carri mi ha mandato qui

con lui, per fargli da scorta: lui desiderava vederti

perché tu gli consigliassi qualcosa da dire o da fare.

Molte pene il figlio è costretto a subire in casa sua,

quando il padre è lontano e non ci sono alleati;                                                                         165

così accade ora a Telemaco; è partito e non ci sono

altri, intorno a lui, che possano difenderlo dalla violenza”.

Il biondo Menelao gli rispose così:

“È giunto a casa mia il figlio di un uomo

a me molto caro, che sostenne per me tante lotte!                                                                    170

Io dicevo che lo avrei premiato più di tutti gli altri Argivi,

al ritorno, se Zeus -olimpio dalla voce possente

ci avesse concesso di tornare in patria con le navi veloci!

Gli avrei dato una città dell’Argolide, gli avrei costruito un palazzo;

lo avrei fatto venire da Itaca con le ricchezze, con il figlio                                                        175

e con tutto il suo popolo, sgombrando una delle città

che sono qui intorno, dentro il mio regno.

E, stando qui, ci saremmo spesso incontrati; niente

avrebbe potuto distruggere la nostra gioia,

prima che ci avvolgesse la nube nera della morte.                                                                    180

Ma certo è stato un nume ad impedire tutto ciò,

perché solo a lui, infelice, è stato negato il ritorno”.

Così disse; e in tutti nacque un desiderio di pianto.

Piangeva Elena argiva, nata da Zeus;

piangevano Telemaco e Menelao figlio di Atreo;                                                                       185

neanche il figlio di Nestore aveva gli occhi asciutti,

perché si ricordava del virtuoso Antiloco,

ucciso dal nobile figlio dell’Aurora splendente;

ricordandosi di lui disse parole alate:

“Figlio di Atreo, tu sei il più saggio di tutti i mortali;                                                                190

lo diceva il vecchio Nestore, quando parlavamo di te

nel suo palazzo e ci interrogavamo a vicenda.

Ora, se è possibile, ascoltami: a me non piace

piangere dopo una cena, prima che venga

l’Aurora figlia del mattino; non mi vergognerei                                                                         195

di parlare di un uomo morto, che ha subito il suo destino.

Questa è la sola consolazione per i vivi che soffrono:

tagliarsi le chiome e versare lacrime dalle guance.

A me è morto un fratello: e non era certo il peggiore

degli Argivi. Tu dovresti saperlo: io non l’ho mai                                                                     200

incontrato né visto. Dicono che Antiloco fosse superiore

agli altri, veloce nella corsa e valoroso in battaglia”.

Il biondo Menelao gli rispose così:

“Caro, hai parlato come potrebbe parlare ed agire

un uomo saggio, assennato e molto più anziano di te:                                                             205

infatti sei figlio di cotanto padre e quindi sai dire cose sagge.

Si riconosce facilmente la stirpe di un uomo cui il Cronide

abbia destinato fortuna nel matrimonio e nei figli,

così come ha concesso a Nestore, giorno dopo giorno,

di invecchiare serenamente nel suo palazzo                                                                              210

e di avere dei figli assennati e coraggiosi.

Ma ora smettiamo di piangere, come abbiamo fatto finora,

e pensiamo di nuovo alla cena: versateci l’acqua

sulle mani. Domattina continueremo a parlare

Telemaco ed io: abbiamo tante cose da dirci”.                                                                           215

Così disse; subito versò l’acqua sulle mani Asfalione,

solerte aiutante del glorioso Menelao;

poi tesero le mani sui cibi preparati ed imbanditi.

Elena nata da Zeus pensò, allora, a un’altra cosa:

versò nel vino che stavano per bere un farmaco                                                                       220

contro il dolore, la collera e il ricordo di tutti i mali;

chi ne beveva, una volta mischiato al vino nel cratere,

non versava lacrime dalle guance per tutto il giorno,

neppure se fossero morti la madre e il padre;

neanche se, accanto a lui, avessero ucciso con il bronzo                                                          225

il fratello o il figlio e lui avesse visto tutto con i suoi occhi.

Elena, la figlia di Zeus, possedeva farmaci efficaci

e benigni; glieli aveva dati Polidamna, la moglie di Tone,

che veniva dall’Egitto, dove la terra feconda ne produce tanti:

alcuni, mescolati, fanno del bene; altri, invece, sono mortali;                                                230

lì i medici sono più esperti che in ogni altro popolo,

perché sono discendenti della stirpe di Peone.

Dopo averlo mischiato al vino e averli esortati a bere,

Elena parlò di nuovo e disse:

“Menelao figlio di Atreo, prediletto da Zeus, e voi                                                                    235

figli di nobili padri: esiste un Dio che assegna il bene e il male,

ora a uno, ora a un altro; ed è Zeus, che può tutto.

Mentre voi banchettate in questa grande sala ascoltate

i miei racconti e gioite, perché io vi narrerò cose vere.

Non potrò raccontare né elencare                                                                                               240

tutte le imprese dell’intrepido Odisseo,

ma ve ne dirò una che l’eroe risoluto osò e compì

nella terra dei Troiani, dove voi Achei soffriste tanti mali.

Una volta si sottopose a umilianti colpi di sferza,

si gettò sulle spalle un mantello cencioso, come uno schiavo,                                                245

e penetrò nella città nemica, dalle vie larghe;

travestendosi, assunse l’aspetto del mendicante

Dette (ma quello, invece, stava sulle navi degli Achei).

Con questo aspetto si insinuò nella città dei Troiani,

nessuno lo riconobbe; solo io capii chi era                                                                                 250

e gli feci delle domande: lui astutamente sfuggiva,

ma quando io – dopo averlo lavato e spalmato di olio –

lo rivestii e gli giurai solennemente

che non avrei rivelato di Odisseo ai Troiani

prima che fosse tornato alle navi veloci e alle tende,                                                                255

allora mi spiegò tutto il piano degli Achei;

uccise molti Troiani con la spada affilata,

tornò tra gli Argivi e riportò molte informazioni.

Le donne troiane versavano lacrime, ma il mio cuore

gioiva, perché ero ansiosa di tornare a casa mia:                                                                      260

ero pentita della colpa a cui mi indusse Afrodite,

quando mi spinse a lasciare la mia patria,

abbandonando mia figlia, il letto nuziale e lo sposo,

che non è inferiore a nessuno né per senno né per bellezza”.

Il biondo Menelao gli rispose così:                                                                                              265

“Hai parlato in modo giusto, donna.

Io ho conosciuto i progetti e i pensieri

di molti uomini valorosi e ho percorso molte terre;

ma non ho mai incontrato nessuno che avesse

un cuore come quello del paziente Odisseo,                                                                              270

che fosse capace di fare ciò che fece quell’uomo forte

dentro il cavallo di legno dove eravamo tutti noi,

i migliori degli Argivi, a portare morte e distruzione ai Troiani.

Allora anche tu venisti lì: certo ti spinse

un nume che voleva concedere la vittoria ai Troiani.                                                                275

Ti accompagnava Deifobo simile a un Dio,

e tu, dopo aver girato per tre volte intorno al nascondiglio

e dopo averlo tastato, chiamavi per nome i migliori dei Danai,

imitando le voci delle mogli degli Argivi.

Io stesso, il figlio di Tideo e il valoroso Odisseo,                                                                      280

seduti in mezzo agli altri, sentimmo le tue grida,

noi due eravamo sul punto di saltare fuori

o di risponderti dall’interno; ma Odisseo

ci trattenne, ci fermò (nonostante lo volessimo).

Tutti gli altri figli degli Achei stavano in silenzio,                                                                     285

Anticlo fu il solo che voleva risponderti

a parole: ma Odisseo gli tenne ferma la bocca

con le sue forti mani premendo forte; e salvò gli Achei,

perché lo strinse così fino a quando Pallade Atena ti allontanò”.

Gli rispose allora giudiziosamente il saggio Telemaco:                                                           290

“Menelao figlio di Atreo, prediletto da Zeus e signore di popoli,

ciò è ancora più doloroso: questo non gli ha evitato una triste

morte, anche se dentro di lui c’era un cuore di ferro.

Ma ora fateci andare a letto, per coricarci

e provare sollievo, quando ci vincerà il dolce sonno”.                                                              295

Così disse; Elena argiva ordinò alle ancelle

di preparare i letti nel portico, di stendervi sopra

dei cuscini di porpora e delle spesse coltri;

e sopra ancora dei mantelli di lana, per potersi coprire.

Quelle uscirono dalla sala portando tra le mani una torcia                                                    300

e prepararono i letti; un araldo accompagnò gli ospiti;

dormirono lì, nel vestibolo della casa,

[il nobile Telemaco e lo splendido figlio di Nestore].

Il figlio di Atreo, invece, dormì all’interno del suo grande palazzo

e accanto a lui si distese Elena dal lungo peplo, Dea tra le donne.                                         305

Quando al mattino apparve Aurora dalle dita rosee,

Menelao dal grido possente si alzò dal letto,

e indossò le sue vesti; si mise la spada a tracolla,

legò i bei sandali ai piedi vigorosi

e uscì dalla stanza, simile a un Dio nell’aspetto.                                                                        310

Sedette accanto a Telemaco, lo chiamò per nome e gli disse:

“Nobile Telemaco, quale necessità ti ha spinto qui,

a Lacedemone divina, sulla vasta distesa del mare?

È uno faccenda pubblica o privata? Dimmelo sinceramente”.

Gli rispose allora giudiziosamente il saggio Telemaco:                                                            315

“Menelao figlio di Atreo, prediletto da Zeus e signore di popoli,

sono venuto da te sperando che tu possa darmi notizie di mio padre.

I miei beni sono divorati, le ricche colture sono in rovina;

la casa è piena di nemici che continuamente sgozzano

le mie pecore e i miei buoi dalle corna ricurve;                                                                         320

tali sono i pretendenti di mia madre: prepotenti e arroganti.

Perciò ora mi piego alle tue ginocchia, perché tu mi parli

della sua triste morte, qualora tu l’abbia vista con i tuoi occhi,

oppure abbia ascoltato le parole di qualche viaggiatore:

perché davvero sua madre partorì un infelice!                                                                          325

Ma non addolcire le cose per ritegno o per pietà,

dimmi tutto quello che ti è capitato di vedere.

Te ne supplico: se mai mio padre, il glorioso Odisseo,

per te ha agito e ha parlato come aveva promesso

in terra troiana, dove voi Achei soffriste tante pene,                                                                330

ricordati ora di questo e parlami sinceramente”.

Sdegnato, il biondo Menelao gli rispose così:

“Ahimè! E così vorrebbero entrare nel letto

di un uomo valoroso, loro che sono così vili?

Ma come una cerva mette al riparo nella tana di un leone                                                      335

i suoi piccoli, appena nati e ancora lattanti;

poi esplora le colline e le valli ricche d’erba in cerca di cibo,

mentre il forte leone rientra nella sua tana

e stermina così la madre e i suoi figli:

allo stesso modo Odisseo li sterminerà.                                                                                     340

In nome del padre Zeus, di Atena e di Apollo,

vorrei che Odisseo facesse come quella volta che,

nella bella Lesbo, si scagliò contro il figlio di Filomelo

e lo abbatté con la sua forza: tutti gli Achei gioirono!

Così si presentasse tra i pretendenti:                                                                                          345

avrebbero tutti vita breve e amare nozze!

Sulle cose che mi chiedi e per cui mi preghi

io non ti dirò il falso: non ti voglio ingannare;

ti riferirò tutto quello che mi disse Proteo, il vecchio del mare;

e non voglio celare o tenere nascosta neppure una parola.                                                     350

Ero ansioso di tornare in patria, ma gli Dei mi trattenevano in Egitto

perché non avevo offerto loro le ecatombi di rito: gli Dei

vogliono che i loro precetti siano sempre rispettati.

Nel mare dalle molte onde davanti all’Egitto

c’è un’isola che chiamano Faro, distante                                                                                    355

quanto è il tragitto che una concava nave può fare

in un giorno intero, se spinta da un forte vento.

Lì c’è un porto dall’ampio ancoraggio: le navi salde

ritornano in mare dopo aver attinto acqua di fonte.

In quel porto gli Dei mi trattennero per venti giorni,                                                              360

mai si alzarono i venti, che soffiano verso il mare

e spingono le navi sul vasto mare. Sarebbero finite

tutte le nostre provviste e le forze degli uomini,

se non avesse avuto pietà di me un nume;

era la figlia del potente Proteo, il vecchio del mare:                                                                 365

Eidotea. Lei si commosse nel profondo del cuore,

mi avvicinò mentre vagavo da solo, lontano dai compagni;

loro stavano sempre sulle coste dell’isola a pescare

con gli ami ricurvi: la fame logorava lo stomaco.

La Dea si avvicinò a me e disse:                                                                                                   370

– Straniero, sei così sciocco o sconsiderato

o ti arrendi da solo e godi nel soffrire?

Da troppo tempo sei in quest’isola e non sai trovare

una soluzione: ai tuoi compagni si spezza il cuore -.

Così disse; io le risposi facendo questo discorso:                                                                      375

– Chiunque tu sia tra le Dee, io ti dirò tutto:

io non sto in quest’isola per mia volontà: devo avere offeso

qualcuno degli immortali che abitano il vasto cielo.

Poiché gli Dei sanno tutto, dimmi tu chi, tra gli immortali,

mi tiene fermo qui e mi impedisce di continuare il viaggio:                                                   380

dimmi anche come potrò tornare in patria, sul mare pescoso -.

Così dissi; e subito lei mi rispose, divina tra le Dee:

– Ti parlerò molto sinceramente, straniero.

In questi luoghi si aggira il Vecchio del mare, che non sbaglia:

è l’immortale Proteo Egizio, che conosce                                                                                   385

tutti gli abissi del mare ed è al servizio di Poseidone;

dicono che sia mio padre e che mi abbia generata.

Se tu riuscissi a tendergli un agguato e ad afferrarlo,

lui ti direbbe la direzione e la durata del viaggio;

e anche come potrai tornare in patria, sul mare pescoso.                                                       390

E se tu lo volessi, prediletto da Zeus, potrebbe dirti

Cosa è accaduto nel tuo palazzo, nel bene e nel male

mentre tu sei rimasto lontano, in un viaggio lungo e difficile -.

Così disse; io le risposi facendo questo discorso:

– Pensa tu ad un inganno per quel vecchio nume,                                                                     395

che non mi veda prima, non mi noti e non mi sfugga.

È difficile per un mortale sconfiggere un Dio -.

Così dissi; e subito lei mi rispose, divina tra le Dee:

– [Ti parlerò molto sinceramente.]

Appena il sole giunge a metà del cielo,                                                                                       400

allora il Vecchio che non sbaglia esce dal mare,

al soffio dello Zefiro, nell’oscuro incresparsi delle onde;

va a sdraiarsi nelle caverne profonde

dove dormono, strette intorno a lui, le foche:

sono figlie della bella Dea del mare, emergono dalle onde bianche                                       405

emanando l’aspro odore delle profondità marine.

Io ti accompagnerò lì al sorgere dell’Aurora

e ti farò stendere in fila con loro: tu scegli bene

tre compagni, i migliori che hai sulle navi dai forti remi.

Ora ti dirò tutte le astuzie del Vecchio:                                                                                       410

prima conterà le foche e le esaminerà;

poi, quando le avrà ben contate ed esaminate,

si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra greggi di pecore.

Quando lo vedrete addormentato,

allora lo terrete fermo con tutta la vostra forza,                                                                         415

per quanto si dibatta e cerchi di fuggire.

Tenterà di trasformarsi in qualsiasi cosa che si muove

sulla terra o in acqua, o in un fuoco portentoso:

voi tenetelo fermo e stringetelo ancora di più!

Quando vi interrogherà lui stesso, con le sue parole,                                                               420

e riprenderà l’aspetto che aveva mentre dormiva,

solo allora tu smetterai di tenerlo fermo; liberalo

e chiedigli quale degli Dei ti perseguita;

e anche come potrai tornare in patria, sul mare pescoso -.

Detto così, si immerse nel mare ricco di onde.                                                                          425

Io, invece, mi incamminai verso le navi

che erano sulla sabbia: mentre andavo mi batteva forte il cuore.

Quando raggiunsi le navi e il mare, preparammo

la cena; poi scese la notte, che è un dono divino:

allora ci mettemmo a dormire sulla riva del mare.                                                                   430

Quando al mattino apparve Aurora dalle dita rosee,

[allora mi avviai lungo la riva del vasto mare]

pregando gli Dei; portavo con me tre compagni,

quelli di cui mi fidavo di più per ogni impresa.

Allora, la Dea che si era immersa nell’ampio seno del mare                                                   435

uscì fuori e ci portò quattro pelli di foche

appena scuoiate: meditava l’inganno per suo padre;

nelle sabbie della riva scavò delle buche con le mani

e si fermò ad aspettarci; noi ci avvicinammo

e lei ci fece stendere in fila, gettando una pelle su ciascuno di noi.                                       440

Sarebbe stato un agguato tremendo per noi: l’orribile

odore delle foche nutrite nel mare ci distruggeva;

chi potrebbe dormire accanto a una belva marina?

Ma lei ci salvò trovando un grande rimedio:

ci portò dell’ambrosia dal profumo dolcissimo, lo mise                                                           445

sotto il naso di ciascuno di noi ed eliminò l’odore delle belve.

Aspettammo con pazienza per tutto il mattino;

poi le foche uscirono dal mare tutte insieme

e si distesero in fila sulla riva del mare.

A mezzogiorno, il Vecchio giunse dal mare, vide le foche                                                        450

grasse, passò accanto ad ognuna e le contò;

tra le belve contò noi per primi e in cuor suo

non pensò a un inganno: poi si mise a dormire anche lui.

Allora, balzammo in piedi gridando e lo prendemmo

per le braccia; ma il vecchio utilizzò la sua arte di ingannare:                                                455

prima si trasformò in un leone dalla lunga criniera,

poi in un serpente, in una pantera, in un grosso cinghiale,

diventò acqua che scorre e albero frondoso;

ma noi, con coraggio, lo tenevamo forte.

Quando, infine, quel vecchio esperto di inganni crollò                                                            460

allora mi rivolse la parola e mi chiese:

– Figlio di Atreo, quale tra gli Dei ha ideato con te il piano

di catturarmi a tradimento, contro la mia volontà? Cosa vuoi? -.

Così disse; io gli risposi facendo questo discorso:

– Tu lo sai, Vecchio. Perché fai finta di chiedermi queste cose?                                              465

Io sto da tempo in quest’isola e non riesco

a trovare un rimedio; e il cuore mi si consuma.

Ora dimmi (poiché gli Dei sanno tutto) quale immortale

mi perseguita e mi impedisce di partire.

dimmi anche come potrò tornare in patria, sul mare pescoso -.                                            470

Così dissi; e quello mi rispose facendo questo discorso:

– Dovevi fare grandi sacrifici a Zeus e agli altri Dei,

prima di salire sulla nave per arrivare rapidamente

in patria navigando sul mare oscuro.

Non è destino, infatti, che tu riveda i tuoi cari                                                                           475

e che ritorni in patria, nella tua bella casa,

prima che tu vada nuovamente alle acque d’Egitto,

al fiume che viene dal cielo, per celebrare sacre ecatombi

per gli Dei immortali, che abitano l’ampio cielo.

Solo allora gli Dei ti concederanno quello che tu desideri -.                                                   480

Così disse e a me si spezzò il cuore,

perché mi spingeva di nuovo sul mare tenebroso

per arrivare in Egitto: un viaggio lungo e difficile.

Ma anche così gli risposi facendo questo discorso:

– Farò come tu mi ordini, Vecchio.                                                                                              485

Ma tu parlami sinceramente, senza mentire:

dimmi se sono tornati illesi, con le loro navi, tutti gli Achei

che Nestore e io lasciammo partendo da Troia;

oppure dimmi se qualcuno ha trovato una morte crudele,

sulla nave o tra le braccia dei suoi, dopo aver vinto la guerra -.                                             490

Così dissi; e quello mi rispose facendo questo discorso:

– Figlio di Atreo, perché mi domandi tutto questo? Non lo devi

sapere, non devi conoscere i miei pensieri: io ma ti dico

che piangeresti a lungo, se tu sapessi tutto.

Molti di loro sono morti, molti sono rimasti vivi.                                                                     495

Solo due, tra i capi Achei dalla corazza di bronzo, morirono

al loro ritorno; in battaglia eri presente anche tu. Uno solo,

ancora vivo, resta bloccato sul vasto mare.

Aiace, con le sue navi dai molti remi, è morto:

Poseidone lo salvò dal mare e lo spinse                                                                                      500

fino ai grandi scogli di Gira; sarebbe sfuggito

alla morte, pur essendo odiato da Atena,

se non fosse stato superbo ed accecato nella mente:

disse, infatti, di essere sfuggito all’abisso del mare

nonostante il volere degli Dei. Poseidone lo sentì parlare così                                               505

e subito prese il tridente nelle sue forti mani:

colpì lo scoglio di Gira e lo spezzò in due;

un pezzo rimase lì, un altro lo scagliò nel mare:

ed era proprio quello dove si trovava Aiace, preso da follia;

così la roccia lo trascinò in fondo, nell’immenso mare ondoso,                                              510

ed egli morì dopo avere ingoiato acqua salata.

Tuo fratello sfuggì al destino di morte e trovò scampo

sulle navi profonde: lo salvò Hera sovrana;

ma quando stava per giungere alle rocce scoscese

di capo Malea, una tempesta lo travolse                                                                                      515

e lo trascinò sul mare pescoso, che gemeva profondamente

fino al confine della terra dove una volta abitava Tieste

e dove allora abitava Egisto, figlio di Tieste.

Quando sembrò che da lì il ritorno sarebbe stato sicuro,

gli Dei fecero cambiare il vento e lo ricondussero in patria;                                                   520

allora, felice, mise piede nella terra dei suoi padri,

la toccava e la baciava: versava molte calde

lacrime nel rivedere la sua terra, tanta era la gioia.

Ma dalla vedetta lo vide il guardiano che aveva messo

il traditore Egisto: gli aveva promesso un compenso                                                                525

di due talenti d’oro; quello aveva vegliato per un anno

che il re non tornasse di nascosto, ritrovando lo spirito guerriero.

Il guardiano andò al palazzo ad informare il pastore di genti

e subito Egisto preparò un piano malvagio:

scelse, tra i suoi, venti uomini fortissimi e li pose in agguato                                                 530

ed in un altro luogo ordinò che si preparasse un banchetto.

Lui andò a chiamare Agamennone pastore di popoli,

con il carro e con i cavalli, meditando cose orribili: lo portò

nella sua casa (l’altro non sospettava la morte) e lo uccise

mentre era a banchetto, come un bue accanto alla sua mangiatoia.                                      535

Non rimase vivo nessuno dei compagni che seguivano il figlio di Atreo

e neppure i compagni di Egisto: furono uccisi tutti dentro il suo palazzo -.

Così disse e a me si spezzò il cuore;

piangevo abbandonato sulla sabbia, il mio cuore

non voleva più vivere né vedere la luce del sole.                                                                       540

Quando fui stanco di piangere e di rotolarmi nella sabbia,

allora il Vecchio del mare, che non sbaglia, mi disse:

– Figlio di Atreo, non piangere troppo a lungo,

senza requie: non ne ricaverai nessun guadagno.

Cerca di tornare in patria al più presto possibile:                                                                      545

potresti trovare vivo Egisto, oppure Oreste

farà prima di te ad ucciderlo e tu parteciperai ai funerali -.

Così disse: il mio cuore e la mia mente orgogliosa

ripresero coraggio, anche se continuavo a soffrire.

Rivolgendomi a lui, gli dissi parole alate:                                                                                   550

– Di questi due ora so; ma tu dimmi ora chi è il terzo,

che è ancora vivo e resta bloccato sul vasto mare;

o forse è già morto: anche se sono afflitto, voglio saperlo! -.

Così dissi; e il Vecchio subito mi rispose:

– È il figlio di Laerte; la sua dimora è a Itaca:                                                                             555

l’ho visto in un’isola versare molte lacrime.

È nella dimora della ninfa Calipso, che lo trattiene

a forza: e lui non può ritornare in patria

poiché non ha né navi fornite di remi, né compagni

che possano trasportarlo sulla vasta distesa del mare.                                                            560

Quanto a te, Menelao prediletto da Zeus,

non è tuo destino morire in Argo ricca di cavalli;

gli immortali ti spingeranno fino ai confini della terra:

nei campi Elisi, dove si trova il biondo Radamanto

e dove la vita è facile per gli uomini,                                                                                            565

perché non c’è mai neve, né freddo, né pioggia;

l’Oceano vi manda sempre i soffi di Zefiro

dal sibilo acuto, per dare refrigerio agli uomini:

questo perché hai Elena come moglie e sei il genero di Zeus -.

Detto così, si immerse nel mare gonfio di onde;                                                                       570

io mi incamminai verso le navi con i miei valorosi

compagni; mentre camminavo, mi batteva forte il cuore.

Quando raggiungemmo le navi e il mare, preparammo

la cena; poi scese la notte, che è un dono divino:

allora ci mettemmo a dormire sulla riva del mare.                                                                    575

Quando al mattino apparve Aurora dalle dita rosee

subito spingemmo le navi sul mare divino,

issammo alberi e vele sulle lucide navi.

I compagni, saliti sulle navi, si misero ai banchi

e, seduti in fila, battevano con i remi il mare spumoso.                                                           580

Giunto alla foce dell’Egitto, il fiume che scende dal cielo,

fermai le navi e compii le ecatombi rituali;

dopo che ebbi placato l’ira degli Dei eterni, innalzai

un tumulo per Agamennone, perché avesse gloria immortale.

Fatto ciò, ripresi la navigazione: gli immortali mandarono                                                     585

il vento favorevole e mi riportarono in patria.

Ma tu, ora, resta nel mio palazzo

per undici o dodici giorni; poi ti farò partire

nel modo migliore e ti offrirò splendidi doni:

tre cavalli e un carro tutto intagliato,                                                                                          590

una bella coppa perché tu possa libare agli Dei

immortali, ricordandoti ogni giorno di me”.

Gli rispose allora giudiziosamente il saggio Telemaco:

“Figlio di Atreo, non trattenermi qui per molto tempo:

resterei volentieri anche un anno con te                                                                                     595

e non avrei nostalgia né della casa né dei genitori,

perché sono felice di ascoltare i tuoi racconti

e le tue parole; ma i miei compagni, nella sacra Pilo,

sono preoccupati per me mentre tu mi trattieni.

E il dono che tu vorresti darmi sia un oggetto solo:                                                                 600

non porterò i cavalli a Itaca, li lascerò qui come motivo

di orgoglio per te, poiché regni su una vasta

pianura, dove c’è tanto trifoglio e biada,

frumento e ricco orzo bianco; a Itaca

non c’è un prato e non ci sono strade larghe: è terra                                                                605

di capre, ma più amabile di un luogo ricco di cavalli.

Nessuna delle isole circondate dal mare

ha cavalli o prati: e Itaca emerge su tutte”.

Così disse; Menelao possente nel grido di guerra sorrise,

lo accarezzò con la mano e chiamandolo per nome disse:                                                       610

“Vieni da una stirpe illustre, figlio mio: si sente da ciò che dici.

Perciò io cambierò la mia decisione, perché posso farlo:

fra tutti gli oggetti preziosi che ho in casa, ti lascerò

in dono il più bello e il più prezioso:

ti donerò un cratere scolpito, che è tutto                                                                                     615

d’argento, ma con gli orli cesellati in oro.

È un lavoro di Efesto; me lo donò l’eroe Faidimo,

il re dei Sidoni, quando la sua casa mi accolse

mentre tornavo qui: voglio che lo porti via con te”.

Mentre quelli parlavano così tra loro, nel palazzo                                                                    620

del glorioso re si preparavano a banchettare;

si conducevano delle pecore, portavano il vino che dà forza,

le mogli dai bei veli mandavano il pane:

così tutti nel palazzo si davano da fare per il pranzo.

Invece i pretendenti, davanti al palazzo di Odisseo,                                                                 625

si divertivano a lanciare dischi e giavellotti

sulla bella spianata: pieni di arroganza, come al solito.

Antinoo ed Eurimaco, simile a un Dio, stavano seduti:

erano i capi dei pretendenti, di gran lunga i migliori e i più valorosi,

Noemone, il figlio di Fronio, si avvicinò ad Antinoo                                                                630

e, rivolgendogli la parola, gli chiese:

“Antinoo, nella nostra mente siamo a conoscenza

di quando ritornerà Telemaco da Pilo sabbiosa?

È andato via con una mia nave e ora ne ho bisogno

per andare nella vasta Elide, dove ho dodici cavalle                                                                 635

che allattano muli resistenti alla fatica e ancora

non domati: vorrei domarne qualcuno per aggiogarlo”.

Così disse; e quelli si stupirono, perché non pensavano

che Telemaco fosse a Pilo (il regno di Neleo), ma che fosse

tra i campi, con le greggi o con il guardiano dei porci.                                                             640

Perciò Antinoo, figlio di Eupite, gli chiese:

“Dimmi, esattamente: quando è partito?

Chi lo seguiva? Erano giovani scelti di Itaca o erano

i suoi stessi servi e schiavi (avrebbe potuto fare anche questo)?

E dimmi sinceramente anche questo, perché io possa saperlo:                                              645

ti ha portato via la nave nera con la forza, contro il tuo volere,

o gliela hai data volentieri perché ti aveva convinto con le parole?”.

Noemone, il figlio di Fronio, rispose così:

“Io gliela ho data volentieri: lo avrebbe fatto anche un altro,

se un tale uomo, con la sofferenza nel cuore, gliela avesse chiesta.                                       650

Sarebbe stato difficile rifiutarsi di dargliela!

I giovani migliori, quelli di più alto rango del nostro popolo,

lo seguono; io stesso ho visto che li guidava

Mentore o un nume del tutto simile a lui.

E mi stupisce questo: ieri mattina ho incontrato qui                                                                655

il valoroso Mentore; eppure lo avevo visto imbarcarsi per Pilo”.

Detto così, lui se ne andò a casa di suo padre.

Gli altri due si indignarono, nei loro cuori superbi;

subito radunarono i pretendenti, mettendo fine ai loro giochi.

A loro parlò Antinoo, il figlio di Eupite:                                                                                     660

il suo petto era gonfio di ira oscura,

i suoi occhi sembravano fuoco ardente:

“Ahimè! Questo viaggio di Telemaco è un atto

di arroganza. E noi dicevamo che non lo avrebbe fatto!

Contro il volere di tutti noi, che siamo tanti, il ragazzo                                                            665

ha spinto una nave in mare e ha scelto come compagni i migliori:

con loro continuerà a farci del male. Che Zeus lo distrugga

prima che raggiunga l’età della giovinezza!

Ma ora datemi una nave veloce e venti compagni,

perché io possa tendergli un agguato: lo aspetterò                                                                   670

nello stretto fra Itaca e Samo scoscesa: avrà esito

infelice questo suo navigare alla ricerca del padre!”.

Così disse; tutti lo lodarono e lo incoraggiarono:

subito dopo si alzarono ed entrarono in casa di Odisseo.

Penelope non rimase a lungo ignara                                                                                            675

del tranello che i pretendenti stavano organizzando;

glielo riferì l’araldo Medonte, che aveva ascoltato i loro discorsi

stando fuori dell’atrio mentre quelli, all’interno, tramavano;

si avviò attraverso la sala per riferire a Penelope:

mentre stava ancora sulla soglia, Penelope gli disse:                                                               680

“Araldo, perché ti hanno mandato qui i nobili pretendenti?

Forse per dire alle schiave del glorioso Odisseo

di interrompere il lavoro e di preparare il pasto per loro?

Vorrei che non mi corteggiassero più, che non si riunissero,

che fosse l’ultima volta che pranzano qui!                                                                                 685

Voi che dilapidate le ricchezze che appartengono

al saggio Telemaco, non avete mai ascoltato

dai vostri padri, quando eravate bambini,

come si comportava Odisseo con i vostri genitori,

che mai disse o fece qualcosa di ingiusto verso il suo popolo?                                               690

La regola per i re prediletti da Zeus è questa:

amare qualcuno tra gli uomini e odiarne altri;

lui invece non è mai stato ingiusto con nessuno.

Il vostro animo e le vostre azioni ignobili sono evidenti

a tutti: nessuna gratitudine per i benefici ricevuti”.                                                                  695

A lei rispose Medonte, dai saggi pensieri:

“Regina, fosse questo il peggiore dei mali!

I pretendenti ne preparano un altro molto più grave

e più terribile: che il figlio di Crono lo impedisca!

Vogliono uccidere Telemaco, con una spada affilata,                                                              700

mentre torna a casa: cercando notizie del padre,

lui è partito per la sacra Pilo e per Lacedemone divina”.

Così disse; a lei si sciolsero le ginocchia e il cuore,

gli occhi le si riempirono di lacrime;

non riusciva a parlare, poiché la voce era stretta in gola;                                                        705

molto tempo dopo, cambiò discorso e rispose:

“Araldo, perché mio figlio è partito? Non aveva bisogno

di salire sulle navi veloci, che per gli uomini sono

i cavalli del mare e attraversano molte acque.

Vuole che non rimanga neppure il suo nome, tra gli uomini?”.                                              710

A lei rispose Medonte dai saggi pensieri:

“Non so se un nume, oppure il suo stesso cuore,

lo ha spinto ad andare a Pilo, per informarsi sul ritorno

di suo padre o per sapere quale morte lo ha raggiunto”.

Detto così, si allontanò attraverso il palazzo di Odisseo;                                                          715

sulla donna cadde un’angoscia mortale: non riusciva

neppure ad appoggiarsi su uno dei tanti sedili

che erano in casa: si piegò sulla soglia della ricca stanza,

singhiozzando desolata; intorno a lei gemevano tutte

le ancelle che erano in casa, giovani e vecchie;                                                                          720

a loro, piangendo senza sosta, Penelope disse:

“Ascoltate, mie care: l’Olimpio mi ha dato più angoscia

che a tutte le altre donne nate e vissute con me:

prima ho perduto il mio sposo coraggioso,

splendente fra i Danai per tutte le virtù, così nobile                                                                 725

che la sua fama è diffusa per l’Ellade e arriva sino ad Argo;

ora le tempeste hanno trascinato via da casa mio figlio,

che tanto amo: io non sapevo nulla della sua partenza.

Sciagurate! Nessuna di voi, pur sapendo tutto,

pensò di svegliarmi, nel mio letto,                                                                                               730

quando lui salì su quella profonda nave nera!

Se io avessi saputo che preparava questo viaggio,

allora sarebbe rimasto (anche se desiderava partire):

altrimenti mi avrebbe lasciata morta in questo palazzo!

Ma ora qualcuna chiami il vecchio Dolio, il servo                                                                     735

che mio padre mi diede quando venni qui

e che coltiva il mio bel giardino; vada subito da Laerte

e gli dica tutto, nella speranza che lui

esca fuori ed escogiti qualche piano

per mostrarsi al popolo e accusare quelli che tramano                                                            740

per distruggere la stirpe sua e del glorioso Odisseo”.

Le rispose la cara nutrice Euriclea:

“Sposa cara, uccidimi con il bronzo senza pietà

o lasciami viva in questa casa: io non ti nasconderò niente.

Io sapevo tutto e gli ho dato quello che mi chiedeva:                                                                745

farina e vino dolce. Ma lui mi ha fatto giurare solennemente

di non dirlo a te prima che arrivasse il dodicesimo giorno

perché tu non sciupassi con il pianto la bellezza del tuo volto,

perché non lo cercassi sapendo che era partito.

Ma ora lavati, indossa una veste pulita,                                                                                      750

sali al piano di sopra con le tue ancelle

e supplica Atena, la figlia di Zeus Egioco:

lei può salvarlo anche dalla morte; non dare

altro dolore al vecchio, che è già così triste.

Io non credo che gli Dei beati abbiano in odio                                                                           755

la stirpe del figlio di Archesio: qualcuno vivrà a reggere

questo alto palazzo e i fertili campi, qui intorno”.

Così disse e le placò il pianto: i suoi occhi si asciugarono;

lei si lavò, indossò vesti pulite,

salì al piano di sopra con le ancelle, si lavò,                                                                               760

versò chicchi d’orzo in un canestro e supplicò Atena:

“Ascoltami, infaticabile figlia di Zeus Egioco:

se mai l’ingegnoso Odisseo bruciò qui per te

nel suo palazzo grasse carni di vacca o di pecora,

ora ricordatene e salva mio figlio;                                                                                                765

allontana i pretendenti violenti e malvagi”.

Detto così, levò un alto grido e la Dea ascoltò la preghiera.

Intanto i pretendenti facevano chiasso nella sala ombrosa;

qualcuno di quei giovani insolenti disse:

“Forse la regina, tanto ambita, vuole preparare la festa                                                           770

di nozze e non sa quale morte aspetta suo figlio”.

Così diceva qualcuno: non sapevano come stavano le cose!

Ma Antinoo si alzò a parlare e disse:

“Sciagurati! Evitate tutti i discorsi arroganti

perché qualcuno potrebbe riferirli all’interno del palazzo.                                                      775

Alziamoci in silenzio, invece, e realizziamo

il progetto che tutti abbiamo approvato”.

Detto così, scelse i venti giovani più valenti

e mossero verso la nave veloce e la riva del mare.

Prima spinsero la nera nave sul mare profondo,                                                                      780

issarono l’albero e le vele sulla nave nera,

sistemarono i remi nei lacci di cuoio,

facendo tutto per bene: poi sciolsero la vela bianca;

gli scudieri superbi portavano su le armi.

Ormeggiarono la nave al largo, poi ne discesero;                                                                      785

cenarono a terra e aspettarono la notte per salpare.

Intanto, al piano superiore del palazzo, la saggia Penelope

stava digiuna, senza mangiare o bere: non sapeva

se il suo virtuoso figlio sarebbe sfuggito alla morte

e se gli arroganti pretendenti lo avrebbero ucciso.                                                                   790

Nella sua mente si agitavano tanti pensieri

quanti ne può agitare un leone tra una folla di uomini

che lo circondano minacciosi; infine la raggiunse il dolce sonno:

si addormentò, distesa, e tutte le sue membra si sciolsero.

Allora Atena, la Dea glaucopide, ebbe un’altra idea;                                                                 795

formò un simulacro e gli dette l’aspetto di un donna:

Iftime, un’altra figlia del nobile Icario,

che aveva sposato Eumelo e abitava a Fere.

La Dea mandò il fantasma nel palazzo del glorioso Odisseo,

perché fermasse i singhiozzi e le lacrime                                                                                   800

di Penelope, che gemeva e si lamentava.

Il simulacro entrò nella stanza attraverso la cinghia

del chiavistello, si fermò sopra il suo capo e le disse:

“Tu dormi, Penelope, con il cuore in tormento?

Ma gli Dei che vivono beati non vogliono                                                                                  805

che tu pianga e ti affligga: tuo figlio sta già tornando,

perché non è colpevole di nulla nei confronti degli Dei”.

Le disse allora l’accorta Penelope,

che dormiva dolcemente alle porte del sogno:

“Perché sei venuta qui, sorella? Non ci vieni spesso,                                                                810

perché abitiamo molto lontano;

ora vuoi che io dimentichi i molti dolori

che mi tormentano il cuore e la mente.

Prima ho perduto il mio sposo coraggioso,

splendente fra i Danai per tutte le virtù, così nobile                                                                 815

che la sua fama è diffusa per l’Ellade e arriva sino ad Argo;

ora mio figlio, che amo tanto, è partito su una nave concava:

è solo un ragazzo, che non conosce le fatiche né le assemblee.

Ed è per lui che soffro ancora di più che per quell’altro;

ho paura per lui: paura che gli accada qualcosa                                                                       820

nel paese dove è andato, oppure sul mare.

Sono molti i nemici che tramano inganni contro di lui

e sono pronti a ucciderlo prima che ritorni in patria”.

Le rispose allora il simulacro oscuro:

“Sii coraggiosa e non avere troppa paura;                                                                                  825

lo accompagna una guida che molti uomini

supplicano perché dia loro aiuto (potente com’è):

è Pallade Atena, che ha pietà del tuo dolore;

ed è lei che mi ha mandato qui a parlarti”.

Le disse allora l’accorta Penelope:                                                                                              830

“Se sei un Dio e ascolti la voce di un Dio,

raccontami anche di quell’altro infelice:

dimmi se è ancora vivo e vede la luce del giorno,

oppure è morto ed è nelle case di Ade.”

Le rispose allora il simulacro oscuro:                                                                                         835

“Non ti dirò con certezza se è vivo o morto:

non sta bene buttare parole al vento”.

Detto questo, sparì attraverso il chiavistello della porta,

tra soffi di vento; Penelope, figlia di Icario,

si svegliò dal sonno piena di gioia perché nell’oscurità                                                           840

della notte le era giunto un sogno molto chiaro.

I pretendenti, saliti sulla nave, percorrevano le strade

del mare, preparando una morte orribile per Telemaco.

C’è un’isola rocciosa in mezzo al mare,

che sta fra Itaca e la rocciosa Same:                                                                                            845

Asteride; non è grande, ma ci sono porti adatti

per le navi: Lì lo aspettavano gli Achei.

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di Daniele Bello

Aprile 16, 2019

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