Paul Klee e la sua arte

Paul Klee ha operato nel crogiolo incandescente dei molti materiali animici e artistici che ha agitato prolificamente l’inizio del ‘900, nonostante l’incombere della Prima Guerra Mondiale e poi del nazismo. Era l’epoca prodigiosa dei Fauves, del Cubismo, dell’avvento sovversivo della pittura astratta, la quale si definiva concreta poiché fondata sui propri elementi (linea, superficie e colore) e non sulla ingannevole riproduzione di un modello. Il riscatto dalla rappresentazione mimetica figurale portava a considerare in profondità la natura essenziale dell’arte, distinguendo la pittura autenticamente artistica da quella meramente decorativa: solo quando l’opera è governata dalla necessità interiore, cioè è ricca d’Anima, si ha vera arte. A questo assioma fondamentale, evidente quanto poco compreso, non si può sfuggire, anche se si è fatto di tutto per dimenticarlo.

angelo militante

Klee si è dedicato a questa ricerca dell’essenziale con devozione, tentando di spogliarsi di se stesso e rinunciando all’orgoglio di dimostrarsi nella pittura. Egli ha proceduto a ritroso nel labirinto della forma per giungere «dal modello all’archetipo», abitando «altrettanto bene tra i morti come tra i non nati. Più vicino del consueto al cuore della Creazione e ancora troppo poco vicino» (questa frase, tratta dal suo diario, è incisa sulla sua lapide). Ha tentato di avvicinare gli immaginari abitanti dell’Immanifesto, i soli che potrebbero contemplare l’Origine, poiché aspirava a «deporre la spoglia» credendosi Dio per qualche istante. Questo chiarisce anche il suo rapporto speciale con la malattia e con la morte, ossia come dalle infermità ricorrenti egli traesse un rinnovato impulso creativo. Ammalato di un cancro della pelle, ha atteso l’inevitabile fine dipingendo molti angeli della morte, senza terrore e con romantica aspettativa. Infatti Klee accusava platonicamente il peso del corpo e dei sensi come zavorra che ostacola la trascendenza, esaltando idealisticamente la «natura cristallina» dell’eternità dell’essenza. Coinvolto negli orrori della guerra, si ripeteva: «Ma posso io morire, un cristallo?» Tuttavia non aveva l’affidata religiosità che ha animato celebrativamente la pittura dell’amico Kandinsky; piuttosto si muoveva laicamente nel dubbio, con meticoloso metodo scientifico e invidiando la spontaneità inconsapevole del disegno infantile del figlio Felix.

fuoco e plenilunio

Klee riconosceva che i suoi quadri «spesso sono impregnati di cervello» e quindi si impegnava ad abolire l’artificio e il superfluo, facendo pitture di pensiero estremamente ridotte, coltivando frammenti e abolendo lo stile «patetico-impetuoso» per giungere «a quel romanticismo che si scioglie nel Tutto». Un romanticismo composto con atti minuti, più adatto al disegno e all’acquerello che alla pittura a olio, in dipinti intimistici di piccole dimensioni. I suoi disegni, apparentemente infantili e fantasiosi, mostrano le accortezze del pensiero, calcando le impronte incerte di un procedimento riflessivo volto a un’accorata purificazione semplificativa. Klee trovava che «nella grafica albergano i fantasmi e le fiabe dell’immaginazione», ma era soprattutto musicista e filosofo, cosicché ha faticato a tradurre le libere consonanze della musica e del pensiero sul foglio, in partiture calibrate di segno e colore. Per questo ha proceduto inquietamente con numerosi espedienti tecnici, tentando di decantare nella forma il contenuto spirituale dell’informe. Pur se il suo disegno mostra chiare influenze cubiste, non costruisce affatto delle nuove dimensioni, bensì le sottrae, in modo da rendere il figurato massimamente piatto, epidermico, tanto sottile da lasciar intravedere le vene pulsanti della creazione. Egli era esattamente all’opposto di Picasso che, ritenendo di dominare il mondo, lo disintegrava e lo ricostruiva a piacimento; invece Klee ricercava umilmente la grammatica invisibile del mondo, catturando qualche esile cifra per sottintendere l’intangibile consonanza del Tutto. La sua è stata una scienza delle piccole parti che esercitava i geroglifici di una narrazione estesa nel silenzio, poiché aveva compreso che agendo nel piccolo si può muovere l’infinitamente grande.

composizione cosmica

Le sue invenzioni plastiche richiamano spesso l’intelligenza strutturale che egli osservava nei cristalli e forme botaniche che hanno il senso primigenio e androgino dello sviluppo germinale della vita. Durante la sua docenza presso il Bauhaus di Weimar, dal 1920 al 1925, Klee aveva probabilmente sperimentato la pittura sumi (arte dello schizzo a inchiostro giapponese) e la calligrafia orientale con un insegnante di queste discipline artistiche. Ecco perché molte delle sue opere hanno un andamento calligrafico, con spesse linee nere dominanti sul colore soffuso; tuttavia, non avendo la sua calligrafia l’ossatura cava, spontanea e volatile del tratto orientale, risultava eccessivamente pensata, tanto da pesare sul foglio apparendo quasi graffita. Dopo un viaggio in Tunisia, Klee aveva entusiasticamente affermato «il colore mi possiede. […] Dipingere bene, vuol dire semplicemente questo: mettere il colore al posto giusto»; tuttavia è indubbio che nel suo lavoro sia il disegno (pensiero) a dominare sul colore (emozione). L’artista ha spesso cesellato le tessere policrome di un mosaico il cui motivo resta invisibile, poiché fuori scala. In generale, questo suo colore così dilavato e sbiancato, effettivamente poco moderno, non appare mai vividamente tingente né liberatorio, quasi trasudasse dal foglio come un’intima reazione chimica provocata dal tracciato grafico.

Paul Klee

L’insegnamento artistico è stato per Klee (presso il Bauhaus a Weimar e poi a Dessau, quindi all’Accademia di Belle Arti di Dusseldorf) sia un impegno sociale sia l’occasione di puntualizzare e sistematizzare la grammatica della creazione. Questa è stata un’esigenza comune a molti artisti di quel periodo, che intendevano sfuggire tanto alla decorazione che alla casualità espressiva. Nell’arte si stava coniando la valuta aurea della necessità interiore, ma il suo corso doveva essere legittimato dalla serietà di un programma e di un nuovo linguaggio esoterico della creazione. Anche Kandinsky raffrenò la sua galoppante intuizione per consolidare un tracciato verificabile, governato in modo rassicurante dal pensiero. Con il surrealismo, l’espressionismo e l’espressionismo astratto, è poi giunto il battesimo del caos, che ha sfidato l’uomo/artista con i poteri catartici dell’Anima, gettandolo in un processo di Nigredo alchemica che ha disarcionato il pensiero per giungere alla scoperta della Pietra Filosofale della più consapevole meditazione creativa. Ma questa è un’altra storia, che ha avuto nel tempo esiti contraddittori e che oggi scuote con forza nostra responsabilità artistica. Paul Klee ha fatto generosamente la sua parte, attraversando con creatività, ironia e sprezzatura i drammi della storia – la prima guerra mondiale, la repressione che distrusse il Bauhaus, il nazismo (che lo destituì dall’insegnamento e bollò la sua arte come degenerata) – come la sua terribile malattia. Ha continuato a comporre i suoi i suoi delicati dipinti e a suonare il violino, finché, nel 1940, ha infine raggiunto i morti e i non-nati, lasciando indelebilmente nell’arte la sua impronta.

Gatto e Uccello Paul Klee

27 Aprile, 2016

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