Amazzoni e robot – Seconda parte – Ottava puntata

 

l Castello di BIGDOG arroccato sull’altura dominava la valle e proiettava su di essa un’ombra merlata, a causa del sole splendente del tardo mattino.

Mandy sedeva in groppa ad Argo con la stessa posa in cui Alessandro il Grande si sarebbe accinto ad attaccare le truppe persiane oppure Napoleone alla vigilia della Battaglia delle Piramidi. Mandy si guardò alle spalle, dando un ultimo sguardo al Castello arroccato sul declivio. Non potè fare a meno di gridare al robot: «Dall’ alto di quelle torri la Storia ci guarda!»

Di lì a poco, dietro la svolta, sarebbe apparsa la capsula di salvataggio e lei avrebbe compiuto l’atto che sarebbe passato alla Storia. Avrebbe acceso il computer di bordo, si sarebbe collegata con Galanet e avrebbe mandato in tutto l’Universo la Verità. Ogni computer della Galassia sarebbe stato in grado di scaricare il contenuto del Cd rom preistorico. E l’Umanità avrebbe saputo che per oltre duemila anni una manzogna biblico galattica era stata inventata per mascherare misfatti preistorici. Il trauma avrebbe probabilmente messo fine alla guerra.

Ma non appena girata la curva fu Mandy a restare traumatizzata. Tutt’intorno al relitto della capsula brulicavano delle figure bipedi che si muovevano a una velocità sorprendente.

Rimessasi dalla sorpresa, Mandy concluse mentalmente: “Ecco i robot di Klea”

Adesso capiva. Klea aveva costruito un modello avanzatissimo. Aveva infranto le leggi bibliche che proibivano i robot antropoformi e aveva invaso la Galassia con quegli androidi blasfemi.

Geniale, la bastarda. Chiaro che contro quegli avanzatissimi agilissimi modelli bipedi i goffi robot cingolati non avevano avuto una chance. Al momento che la cosa fosse stata scoperta Klea si sarebbe trovata alle calcagna l’Inquisizione, della quale lei, come vincitrice e come padrona assoluta della Galassia, se ne sarebbe fregata altamente.

L’ancestrale timore della Dea fece balzare a Mandy il cuore in gola. Solo una persona poteva osare sfidare le leggi bibliche: l’Anticristina.

Klea era l’ Anticristina.

Fu come lavarsi la coscienza. Il suo atto altrettanto blasfemo di atterrare sul pianeta Terra era acqua di rose al confronto di averlo invaso e con dei robot proibiti. Il timore, che l’aveva accompagnata  per un anno, di essere lei stessa l’ Anticristina l’abbandonò del tutto. E ora, a cavallo del suo robot lei si sentiva specie di San Giorgio in procinto di combattere contro il Drago che simbolizzava il Male. Ora piú che mai era suo dovere fermare l’ Anticristina.

Bene, oltre alla rivelazione dell’esistenza del Maschio, lei avrebbe rivelato a tutta la Galassia l’arma segreta di Klea. Purtroppo tra lei e Galanet c’era un centinaio di quei robot che chissà come si trovavano lì. Poi si diede della stupida. Anche lei aveva la sua arma segreta. L’apparato che la rendeva invisibile ai sensori dei robot, antropoformi o no.

Avanzò spedita, ora curiosa di vedere da vicino quei robot. Man mano che si avvicinava potè notare che sembravano copie perfette di donne vere. Klea nella sua perversione aveva persino equipaggiato i robot di vestiti.

No. Non poteva essere. I vestiti erano uguali a quelli descritti nelle storie delle Amazzoni. Klea doveva everle lette! Fuorilegge fino in fondo. L’invidia la prese. Lei per lo stesso reato era finita in galera. Klea invece spadroneggiava per mezza Galassia. Doveva fermarla per forza. Osservò i movimenti dei robot amazzoni. Umani al cento per cento. Chi aveva costruito quei robot per Klea doveva essere una donna geniale. Poi con sorpresa notò che ogni robot da un tascapane tirava fuori qualcosa. Prese il binocolo e osservò ciò che quelle anomalie cibernetiche avevano estratto: sandwich, panini, pizze, bibite, frutta. Solo allora con orrore scoprì la verità ultimativa. I robot non solevano mangiare: quelli non erano robot: erano donne vere. E quelle incarnazioni delle storie delle Amazzoni l’avevano vista e, gettati via panini, pizza e frutta avevano imbracciato i fucili disintegratori.

Uno dei tanti vantaggi che le Amazzoni dell’ Armata di Klea avevano sui robot in generale era quello di sfruttare la parte umana. I robot ufficiali non venivano promossi. Ogno grado aveva il suo programma e tale rimaneva in eterno o fino a quando non fosse stato distrutto in combattimento. I dati di un generale erano diversi di quelli di un colonnello, di un sottuficiale o di quelli di un soldato semplice. Invece la programmazione delle Amazzoni sfruttava le ambizioni e i talenti, tipicamente umani. Chi averva meriti in battaglia o aveva dimostrato talenti spaciali veniva alzata di grado. L’incentivo spingeva le Amazzoni a combattere con più veemenza. Si era creata cosí una specie di concorrenza interna e una gerarchia tra donne legate allo stesso destino da combattenti, volenti o nolenti per la stessa causa. Erano schiave, legate da catene mentali a una devozione indotta a Klea.

Mil era sbarcata sul Pianeta Sacro già con il grado di colonnello e aveva al suo comando cento amazzoni. La sua foga nel distruggere robot dopo robot era stata notata dalle alte sfere. La sua carriera era iniziata col grado di tenente. Subito dopo l’ inserimento del programma nel cervello, le amazzoni venivano sottoposte a un test, nel quale venivano sondate determinate qualità umane naturali. Mil era stata direttrice di un’azienda e aveva una spiccata tendenza al comando. Era quindi stata giudicata idonea a essere ufficiale. Chiaro che il test aveva dato i gradi più alti come generale o colonnello ad altre donne giudicate ancora più idonee. Capitane o allenatrici di squadre di pallamano o football abituate alla strategia da campo e al contatto diretto con le subalterne erano diventati generali immediatamente. Lo stesso valeva per registe di programmi o film. Gente abituata ad agire e improvvisare in sutuazioni stressanti. Una direttrice di una media azienda poteva, secondo lo schema del test essere un discreto ufficiale. Ma nel caso di Mil la combinazione tra l’ecatombe di robot da lei compiuta, l’ambizione al comando e il carisma che incuteva timore, l’avevano portata nel giro di poche campagne alla promozione lampo.

Le amazzoni ai suoi ordini la rispettavano. Tanto che sembrava quasi che lei avese il suo esercito privato.

Era durante la battaglia contro i Templari, mentre incitava all’attacco le sue prodi sparando esse stessa all’ impazzata nell’euforia della vista dei robot che esplodevano uno dopo l’ altro cadendo eroicamente per la difesa di Roma, tra astronavi che precipitavano ed esplodevano cadendo a terra, che Mil -e solo lei- aveva notato un’anomalia. Tra astronavi e robot che portavano lo stemma della croce maltese rossa, lei aveva notato con la coda dell”occhio una navetta con lo stemma imperiale che aveva preso il volo. Un caso fortuito. Visto che era il suo reparto che stava attaccando quel settore.

La parte umana e anche quella cibernetica del suo cervello si erano poste una domanda: che cosa ci facesse una navetta imperiale sul pianeta Sacro e Proibito. La cosa puzzava di spionaggio. La parte cibernetica da poco promossa a colonnello e riprogrammata a ragionare da tale le aveva detto che sarebbe stato di vitale importanza per la Causa, per Klea e per il Superregno scoprire che cosa ci facesse quell’intrusa sul pianeta che era stato attaccato di sorpresa. Un robot dello stesso grado avrebbe dato l’ordine di inseguire la nave e distruggerla senza porsi domande. Templari o Imperiali, nel loro programma erano sempre nemici. Ma visto che lo spionaggio non faceva parte delle strategia militari, un roboufficiale non si sarebbe mai posta la domanda che il colonnello Mil si era posta. Lei era invece stata esperta di spionaggio industriale, da buona capitana d’azienda. La tattica da seguire sarebbe invece stata quella di pedinarla a distanza e scoprire eventuali complici.

Ma la sua parte umana assetata di carriera le aveva anche suggerito che avrebbe giovato alla sua promozione a generale la scoperta di quel mistero e l’eventuale cattura della potenziale spia o rete di spie.

Aveve quindi dato l’ordine di imbarcarsi su una navetta. Duecentocinquanta amazzoni si erano involate senza fare rapporto a nessuno, approfittando della confusione e si erano lanciate all’ inseguimento a distanza della misteriosa navetta. Avevano seguito sugli schermi la battaglia aerea che ne era seguita e l’abbattimento della nave spia, la sua scomparsa dietro le schermo olografico. Poi la sua navetta era atterrata scoprendo il vero paesaggio pieno di rovine di città celato dietro lo schermo olografico. Avevano localizzato i resti fumanti della navetta e infine la capsula di salvataggio, segno che l’equipaggio della nave si era salvato. Infine, alla testa delle sue amazzoni ne aveva seguito le tracce. Cingoli di robot e tracce di suole di scarpe. Un robot e una donna. Le tracce avevano portato ad quella cittadina chiamata Gentletown e infine a quella strana costruzione antica chiamata BIGDOG CASTLE. Ma non appena dentro al castello le tracce si erano perse. Aveva dato l’ordine di perquisire ogni palmo di BIGDOG. Ma dopo mezza giornata le ricerche si erano rivelate inutili. Soltanto topi, ragni, nidi di vespe e ortiche, che avevano infastidito e irritato le amazzoni. Mil era giunta alla conclusione che nel cortile del castello doveva essere atterrato un velivolo che aveva caricato la donna e il robot. Irritata, con la coda tra le gambe aveva dato l’ordine di ritornare alla navetta.

Ma prima di partire aveva deciso che la parte umana sua e delle sue fedeli aveva bisogno di uno spuntino. Aveva dato l’ordine di preparare il rancio. E mentre addentava un panino al prosciutto crudo del pianeta Brong spalmato col burro prelibato ricavato dal latte delle mucche del pianeta Arang aveva visto le sagome di un robot e di una donna avvicinarsi alla capsula. Aveva sputato la delicatezza galattica  e sbraitato ordini. E in un attimo aveva mobilizzato duecento e passa amazzoni alla caccia della spia imperiale e del suo Facciadilatta, immaginando se stessa a un passo dalla promozione a generale.

CONTINUA

di Paolo Ninzatti

 

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