Amazzoni e robot – Seconda parte – Seconda puntata

Purgatorio 3, 2 Aprile dell’ Anno 2114 Dall’ Esodo.

Mildred Harris era sull’ orlo della depressione per astinenza. Da quando Mandy Miller era riuscita chissà come a evadere da PURGATORIO 3 non sapeva a chi rivolgersi per procurarsi un ciberfeticcio. Non la conosceva di persona, ma la donna contatto comprava le caffettiere per lei. Lei, Mildred Harris non voleva far sapere di essere una ciberofoba. Eppure quella era una perversione che l’aveva portata in galera. Non era un reato, ma lo era quello di distruggere robot altrui, come aveva fatto lei.

Mildred era ricca, e viveva nel lusso. Era azionaria di una compagnia mineraria del sistema del Cigno. Con i soldi comprava tutto. Tra il “tutto” c’era una serie di nuovissimi robot, che lei si divertiva a far combattere tra di loro fino a distruggersi. Un giorno si era levata il capriccio di far danneggiare il robot di una vicina e questa l’aveva denunciata. Ed era finita lì tra quelle volgari e perverse popolane, che lei snobbava. Ma la sua perversione doveva coltivarla e quindi in segrerto si incontrava con la donna contatto, che le procurava la “roba” che lei in segreto distruggeva a martellate. La cosa le procurava quel perverso sentimento che viene alle libidinose quando si toccano. La cosa la faceva sentire sporca e di quello si vergognava. Ma non c’era nulla da fare. Faceva la gran signora di fronte alle altre detenute, ma dentro si sentiva peggio di loro.

Si accorgeva con perversa contentezza, che anche altre erano prese da crisi di astinenza visto che la Miller se l’era squagliata. In generale c’era un’ atmosfera nel settore che pervadeva la voglia di prendere a pugni quella maledetta. Oltre alla mancanza del ciberfet, c’era l’invidia di saperla a spassarsela per la Galassia in pelo ai robot mentre loro erano ancora li a farsi venire l’emicrania domandandosi come accidente avesse fatto ad alzare i tacchi. Ma, sapeva, prima o poi si sarebbe trovata un’altra pusher.

A distrarre l’opinione pubblica era arrivata via Galanet la notizia che la Reginissima Klea aveva dichiarato guerra all’Impero. Ormai si aspettava da un momento all’altro un attacco. Mildred temeva per le sue miniere. In ogni guerra che si rispettasse, ogni regina mandava i suoi robot alla conquista di pianeti ricchi di minerali, di industrie o ricchi per l’ agricoltura. I pronostici citavano la possibilità di un attacco massiccio nella zona nord ovest e nel sistema dei Farnosk. E già una poderosa armata di robot era stata inviata alla difesa del sistema. I teatri di guerra erano lontani anni luce. Peccato, perché i rottami dei robot caduti in battaglia sarebbero stati venduti nel mercato nero alle ciberofobe.

Tutte le previsioni di Mildred andarono in frantumi un attimo dopo. Dall’alto del cielo nuvoloso si udí un boato tremendo. Troppo rumoroso per essere un temporale. Aveva visto tantissimi documentari storici e innumerevoli film di guerra. Ogni invasione planetaria iniziava cosí. Un attimo dopo una decina di enormi masse nere ed ovali ruppe la coltre di nubi e scese dal cielo. Mildred non credeva ai suoi occhi. Per un attimo alzò il naso per osservare se le navi portassero lo stemma imperiale, la Spirale e la Corona. Poteva trattarsi di uno stanziamento di truppe lì su PURGATORIO 3. Ma le navi portavano la bandiera con le stelle e le cinque corone. Lo stemma di Klea.

Contro ogni logica la Reginissima stava effettuando uno sbarco in massa su un pianeta penitenziario. Ma cosa se ne faceva quella di quel cesso di pianeta senza miniere né industrie? Mildred concluse che la Reginissima doveva essere matta. Nel frattempo una massa di detenute correva in preda all’eccitazione qua e là come formiche il cui formicaio fosse stato invaso. Molte erano in preda al panico, ma altre gridavano che forse quell’invasione avvebbe potuto significare libertà o almeno un’amnistia. Mildred pensava che forse avevano ragione. In ogni caso non  c’erano precedenti storici. Nessuna sovrana in duemila anni si era mai scomodata a invadere un pianeta penitenziario. Ma al momento non c’era tempo per stare lì a filosofeggiare. Era meglio mettersi al riparo. Di lì a poco sarebbe iniziata una battaglia aerea e lei non aveva nessuna voglia di beccarsi qualche bomba in testa. Corse verso il bosco. Altre ebbero la sua stessa idea ma al momento bisognava essere solidali. Poco dopo Mildred e le altre detenute assistettero allo spettacolo dal vivo di un film di guerra classico. Nonostante la novità di attaccere un pianeta galera, la battaglia si svolse secondo i canoni e le regole. Dalle grandi navi madre attraverso enormi boccaporti uscirono le astronavi da sbarco e i caccia da scorta. Immediatamente dopo si scatenò l’ inferno.

Caccia imperiali, sicuramente provenienti dalla nave madre in orbita, si lanciarono all’attacco degli assalitori. Gli ultimi arrivati erano molto pochi in confronto ai nemici. Fu un assalto suicida. Dopo aver inflitto irrilevanti perdite agli avversari, gli Imperiali vennero distrutti. Mildred e un centinaio di detenute osservarono esterrefatte decine e decine di mezzi da sbarco che calavano dal cielo. Un attimo di eternità senza tempo e i mostri metallici atterrarono. Le rampe calarono e una armata di robot soldati posarono i loro cingoli sulla superficie del pianeta. Alla loro vista Mildred cominciò a sentirsi arrovellare le budella. Aveva una voglia tremenda di lanciarsi contro quelle faccedilatta armata di martello per poter scalfire la loro dannatissima lacca metallizzata. L’astinenza da droga le dava encora di più energia. Poi si calmò. Mentre una pattuglia di automi già rastrellava il bosco, lei e altre ciberofobe stavano già assuefacendosi all’idea di essere circondate da bastardi metallici. Sapevano che ogni atto di ostilità contro quei facciadilatta di Klea avrebbe significato essere prese di mira dai cannoni laser. E Mildred, di morire ammazzata da un facciadilatta non ne avava nessuna voglia.

«Fuggiamo» gridò qualcuna.

«Ci beccheranno in ogni caso, meglio arrendersi» obiettò un’altra.

Ogni dubbio venne fugato, allorché dagli altoparlanti di uno dei robot uscí una voce metallica che in tono impersonale gridò:

«PURGATORIO 3 è in mano alle autoritá militari del Superregno di sua Maestà Klea Reginissima della Galassia Settentrionale. Ordiniamo alle detenute e alle vigilatrici di non opporre resistenza e di arrendersi alle unità robottiche. Promettiamo alle detenute che non verranno né tenute in stato di prigionia né deportate in simili pianeti penitenziari, né che verranno mandate nei territori dell’ Impero. In parole povere offriamo un’amnistia.»

La promessa ebbe l’effetto desiderato. Che cosa avavano da perdere quelle disperate? La vista poi di un gruppo di vigilatrici Imperiali che camminavano a mani alzate scortate da due robot del Superregno diede loro l’idea che per un attimo i ruoli erano stati scambiati e che loro tra poco avrebbero avuto un’amnistia e forse la libertà laddove le vigilatrici sarebbero finite in un campo di prigionia. Molte detenute si immaginarono libere a passeggiare di fianco a un reticolato  a guardare le loro guardiane messe in gabbia.

Nel giro di un quarto d’ora un centinaio di detenute, Mildred compresa, uscí dalla foresta a  mani alzate.

Un robot indicò loro la strada. Altri dieci le tenevano sotto controllo. Era anche da capire, ma l’ euforia dell’imminente libertà fece loro passare in secondo piano il fatto che in realtà non erano ancora libere. Dello stesso sentimento era Mildred. E già pensava di poter trovare il sistema di far trasferire del danaro in una banca del Superregno e tornare a vivere nel lusso. La prospettiva quietò non poco il dispetto di trovarsi nelle vicinanze di un robot. Poi vennero fatte salire su un traghetto. La rampa venne chiusa e dopo un po sentirono il formicolio nello stomaco, segno che stavano già volando. Il compartimento dove loro si trovavano non aveva finestre, ma allorché il viaggio finì Mildred poté immaginare che dovevano aver raggiunto una delle enormi astronavi in orbita.

Allorché la rampa venne abbassata, la donna ebbe la conferma delle sue teorie. Si trovarono dentro un enorme compartimento brulicante di robot e personale umano. Il robot ordinò loro di mettersi in fila. Una bella camminata attrraverso i corridoi dell’astronave e alla fine vennero guidate attraverso una porta in un altro enorme compartimnento.

La fila era lunga. Mildred notò che a capo di essa c’era un gruppo di donne in divisa che si occupavano delle ex detenute. Poi man mano ciascuna di loro usciva dalla fila e andava di sua spontanea volontà verso una porta uscendo dal compartimento. Buon segno. Si disse Mildred. Man mano che si avvicinava al gruppo di donne, Mildred poté vedere che cosa combinavano quelle prima di mettere le prigioniere in libertà. Una di esse aveva in mano una pistola-siringa uguale a quelle che si usavano per inserire il microchip d’identità in fronte a tutte le cittadine della Galassia. Un’ operazioncina indolore. Quello che sorprese Mildred fu il perché di tale operazione, nonché il fatto che essa non veniva fatta in fronte bensì nella nuca. Prima di essere messe in libertà alle prigioniere veniva inserito un microchip o qualcosa del genere nella nuca. Non capiva, ma visto che man mano che si avvicinava poteva vedere i visi raggianti delle neo libere che quasi correndo raggiungevano la porta, non si preoccupò molto. Tutto era meglio di PURGATORIO e della vicinanza di quei nauseanti robot.

Quando venne il suo turno, Mildred si  mise in piedi pronta per l’operazione. La donna con il camice bianco e lo stemma del Superregno le pose la canna della pistola-siringa nella nuca. Un clic, ed un piccolo prurito in testa. Tutto lí? si chiese. Poi le cose cominciarono ad andare al rallentatore. C’era qualcosa di strano nella sua testa. Lei era sempre Mildred Harris, eppure qualcosa era cambiato. Dopo due secondi fu come se le cose che si trovavano nella sua memoria fossero sempre state lí. Uno stato di benessere. Una specie di estasi. Il Paradiso in testa. La felicità inserita nel cervello. E la felicità era collegata a un ordine, un imperativo categorico, una persona alla quale ubbidire ciecamente. Qualcuno da amare come se stesso: Klea. Klea era in lei. E al momento in cui lei avesse udito la voce di Klea avrebbe ubbidito. Non appena avesse visto l’ ologramma di Klea avrebbe fatto tutto quello che l’ologramma in gesti e parole avrebbe detto. Così era stata programmata. Quello era il suo destino. C’era anche qualcos’altro nella sua testa, ma al momento non ci pensò e ubbidì a un ordine già inserito ne suo cervello. E si diresse verso la porta, raggiante di felicità.

CONTINUA

di Paolo Ninzatti

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