Fiabe irlandesi – la pietra da minestra

FIABE IRLANDESI[1]

Dal patrimonio dell’isola di Erin[2]

Molte delle leggende ispirate al pantheon celtico sono oggi scomparse a seguito dell’avvento del Cristianesimo, che vedeva nella religione dei Druidi un serio pericolo per la diffusione del nuovo credo.

Solamente i racconti che hanno abbandonato pretese teologiche e cosmogoniche, riparando nel più tranquillo mare del folklore, sono riuscite a sopravvivere all’erosione del tempo, regalandoci alcuni tra i tesori più preziosi della favolistica mondiale.

Non è inutile osservare che, in questo modo, molte delle divinità della religione celtica hanno perso via via il loro carattere sacro per mantenere solo quello più rassicurante, vale a dire quello più propriamente fiabesco: esseri un tempo divini come gli elfi, le fate e i folletti sono divenuti protagonisti di racconti fantastici, che affascinano ancora oggi.

Particolarmente intriganti sono le fiabe gallesi[3] ed irlandesi[4], con le loro suggestioni magiche e il loro continuo legame con il meraviglioso.

 

 

LA PIETRA DA MINESTRA

 

         C’era una volta un povero mendicante che andava di paese in paese cercando di trovare il modo di riempire lo stomaco con un pasto caldo.

         Un giorno il vagabondo pensò che una bella minestra gli avrebbe fatto proprio bene, ma non aveva neppure un penny in tasca; mentre stava camminando lungo un fiume, si guardò intorno e vide una bella pietra tonda, che sembrava una mela; improvvisamente ebbe un’idea.

         Cercò una fattoria nelle vicinanze e bussò; ad aprire la porta venne una contadina. Il mendicante tentò la sorte e le chiese una pentola e dell’acqua pulita.

         Quando ottenne quanto aveva richiesto, il vagabondo cominciò a lavare la pietra sino a renderla splendente.

         La contadina, stupita, chiese il motivo di tanta cura per quella pietra, al che il mendicante rispose: “Gentile signora, ma questa pietra è molto rara e preziosa: è una pietra da minestra.”

         La donna domandò: “Ma che cosa dite? Forse che con questa pietra si può cucinare una minestra?”.

         “Certamente”, rispose il medicante: “E anche una minestra particolarmente saporita”.

         La contadina, meravigliata, disse: “Mi insegnereste a preparare questa minestra con la pietra?”.

         “Ma con grande piacere, gentile signora”, rispose il povero affamato, che gettò via l’acqua sporca dalla pentola, che mise poi sul fuoco versandovi sopra acqua fresca; con solennità, vi pose all’interno la pietra.

         Il vagabondo, a questo punto, mormorò: “Un pizzico di sale e pepe non guasterebbero”. La contadina corse a prendere la spezie.

         “Si potrebbe anche aggiungere un po’ di farina”, disse il vagabondo con noncuranza. La contadina andò a prendere anche la farina e si mise a guardare la pentola, in attesa.

         Il mendicante a questo punto esclamò: “Ecco un bell’osso di montone, che voi sicuramente volevate dare al cane; vediamo di valorizzarlo”.

         In realtà la contadina non aveva nessuna intenzione di darlo al cane ma era così presa dalla ricetta della pietra da minestra che non vi badò.

         Il vagabondo girò con cura la minestra con il mestolo e l’assaggiò: “Buona e sostanziosa! Ora mancano solo due patatine, per ingannare l’attesa”. Prese una mezza dozzina di patate, le sbucciò, le fece a pezzi e le buttò nella pentola.

         Il mendicante assaggiò di nuovo e disse: “La minestra sta venendo benissimo, grazie alla pietra; per dare un tocco di classe, avrei bisogno ora di un paio di cipolle”.

         La fattoressa, sempre più sorpresa, gli dette le cipolle che finirono nella pentola.

         Il vagabondo esclamò, raggiante: “Ecco, la minestra è pronta; volete assaggiarne un po’?”.

         La contadina rispose: “Certo… ma è veramente deliziosa. Che miracoli può fare una pietra da minestra! Me la vendereste, buon uomo?”.

         Il povero affamato, con fare magnanimo, disse mentre mangiava a sazietà la minestra: “Ve la regalo, gentile signora”; le sue membra intirizzite cominciavano a riscaldarsi, infine.

         La contadina esclamò: “Ma come siete buono! Almeno accettate anche voi un regalo: un po’ di tabacco, un pezzo di lardo…”.

         Il vagabondo finì la minestra, accettò i regali e disse: “Grazie, signora. Ma ora devo andare: devo insegnare alla gente come si usa la pietra da minestra”.

         La donna, ingenua, ricordando bene la ricetta che gli aveva insegnato il mendicante, continuò a preparare la minestra nello stesso modo anno dopo anno e si vantava con le sue amiche di possedere una pietra portentosa.

         La minestra venne sempre squisita e tutte le sue vicine la invidiavano pensando che era proprio fortunata a possedere un oggetto magico così meraviglioso.

 

[1]    HETMANN, Fiabe irlandesi, Milano, Mondatori, 1991, 179-182.
[2]   Appellativo poetico dell’Irlanda.
[3]   Anonimo, Racconti gallesi del Mabinogion (a cura di AGRATI-MAGINI), Milano, Mondatori, 1982.
[4]   AGRATI-MAGINI, Saghe e racconti dell’antica Irlanda, Milano, Mondatori, 1983. Si leggano anche le favole scritte da W.B. YEATS.

 

di Daniele Bello

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