Amazzoni e robot – Quarta puntata

Pianeta Terra, Agosto 2115 D. E.

Stando alle Sacre Scritture il fiume si chiamava Tevere. Mandy uscì dalle sue acque, bagnata e pulita. Si scrollò l’acqua di dosso, si lasciò per un attimo asciugare dal caldo sole, dopodiché si rimise i vestiti e si preparò a cucinare l’arrosto di agnello che Argo aveva cacciato nei prati circondanti le rovine di Roma. La legna per il fuoco era già pronta. A un suo ordine Argo puntò il fucile laser e accese il falò. Era pomeriggio inoltrato. I raggi del sole si specchiavano nel Tevere lanciando riflessi dorati. Davanti a lei, tra i pini mediterranei, pascolavano pecore allo stato brado. Dietro di lei si stagliavano le rovine di quella che un tempo era stata la capitale dell’Impero più grande del mondo. Pietre su pietre, colonne spezzate e lontano, in fondo, il Colosseo, dove secondo le Sacre Scritture, prima dell’arrivo di Cristina, le Imperatrici Romane si divertivano ad assistere ai combattimenti tra i robot. L’idea perversa di vedere meraviglie cibernetiche distruggersi a vicenda fece venire i brividi a Mandy. Per questo, per tutto il soggiorno tra le rovine di quella città lei si era mantenuta il più lontano possibile da quella costruzione, l’unica in piedi e intatta, secondo lo schema di tutto il resto del pianeta.

Sì, perché le macerie e le rovine erano state … costruite. Quelle colonne erano state mozzate da raggi laser, così come i grattacieli di New York, i palazzi di Londra e Parigi. Tutta una messa in scena. Ogni città era stata divelta con cura e discrezione, e per il piacere dei pellegrini che dalla Luna con i telescopi ammiravano il pianeta di origine. Erano state lasciate intatte le caratteristiche storiche: la Statua della Libertà a New York, il Big Ben a Londra, la Torre Eiffel a Parigi, il Colosseo a Roma e via dicendo. Dalla Luna tutto sembrava autentico, ma Mandy da terra aveva notato il trucco. Muri tagliati perfettamente con le bruciature dei raggi laser ancora tangibili. Poi la plastica trasparente spruzzata sulle “rovine” allo scopo che non si deteriorassero ulteriormente e restassero così in eterno, in barba all’erosione e alle intemperie. Un museo grande come un mondo. Ecco che cosa era il Pianeta Sacro. Ora Mandy capiva il perché dei Templari. Nessuno doveva scoprire il trucco. Tutto finto, una biblica bugia.

Mandy, a un anno di distanza dal suo arrivo, ormai ci si era abituata. Un Paradiso Terrestre messo su come se si fosse trattato di uno studio cinematografico. In quell’anno in cui lei aveva giocato all’ archeologa tra le finte rovine di New York, Londra e Parigi, camminando tra erbacce sintetiche che non sarebbero mai cresciute a coprire le finte rovine, aveva invano cercato i computer preistorici. Scavare nella plastica sotto la finta erba non avrebbe portato a niente. Chiaramente chi aveva programmato l’Esodo aveva, al contrario di quanto asseriva la Bibbia, messo tutto a posto perfettamente e si era sicuramente portato via tutti i computer possibili e immaginabili. Poi avevano chiuso la porta a chiave e piazzato i Templari a fare la guardia a chissà a quante altre bugie storiche, che lei in quell’anno aveva invano cercato di scoprire. Fortunatamente, fuori dai confini delle città, la fauna e la flora erano autentiche. L’erba era verde e alta, i fiori variopinti e la cacciagione succulenta.

Mandy era sì delusa della sua ricerca, ma in compenso era contenta di trovarsi in quell’Eden lontana dalla Guerra che infuriava nella Galassia.

Galanet informava sugli sviluppi del conflitto. Pareva che la Reginissima avesse costruito un nuovo modello di robot che aveva sconfitto le armate imperiali una dopo l’altra, portandola a conquistare due terzi della Galassia. Quello che non si riusciva a capire era perché un mese prima, invece di sferrare un attacco finale, il Superregno avesse praticato attacchi diversivi su fronti secondari. Mandy doveva ammettere che per lei le vicende di quell’insolito modo di condurre una Guerra era altrettanto eccitante quanto seguire le storie delle Amazzoni su Galanet. Mai prima d’ora si era verificata una guerra simile, e la cosa serviva a rompere la noia di quell’Eden semifinto con la sola compagnia di un unico robot.

Klea doveva essere una persona al di fuori del normale. Aveva rotto con tutti gli schemi fissi usati fino ad allora e aveva usato una strategia del tutto nuova. Il tipo di robot da lei inventato doveva essere qualcosa di estremamente efficente. Non ne aveva perduto neppure uno e il suo segreto, a un anno di distanza non era ancora stato scoperto, in barba ad i Servizi Segreti Imperiali. L’esistenza di un genio del Male nella Galassia le faceva paura. Per questo Mandy era felice di essere lì ad annoiarsi e a mangiarsi il fegato per il fatto di non avere trovato cimeli cibernetici preistorici. Meglio l’idillio agreste della periferia di Roma con vista sul Lazio addentando un arrosto d’agnello, che ritrovarsi suddita di un Superregno e un futuro insicuro.

Mandy si lasciò asciugare i capelli al sole terrestre d’agosto che splendeva in un cielo terso e azzurro senza una nube.

Fu allora che udí un tuono. Temporale, pensò, ma la sua annuale esperienza terrestre le aveva insegnato che su quel pianeta il temporale viene preceduto da nuvoloni neri e il tuono era soltanto la conseguenza di un fulmine. Il cielo invece era ancora sereno e di fulmini non ne aveva visti. Un altro tuono più forte del primo.

Alzò il naso in aria. Cielo serenissimo.

Poi un fulmine.

E un altro ancora.

Fulmini a ciel sereno? Strano pensò. E non assomigliavano affatto ai fulmini dei temporali che lei aveva visto durante la permanenza sul pianeta. Niente saette serpentiformi, no. Quei fulmini erano linee, molto più simili a raggi laser.

Un terzo fulmine simile ai due precedenti.

Poi qualcosa oscurò il sole. Non era una nuvola. Se lo era era semirettangolare e luccicava al sole, come un’astronave. L’affare simmetrico era apparso in cielo come un puntino e si era ingrandito in un baleno. Subito dopo un altro simile si era ingrandito: stessa forma. E un altro ancora. Non erano nuvole erano mezzi da sbarco spaziali e battevano la bandiera dei Templari.

«Per la Dea, ci hanno scoperti, Argo!» si ritrovò a gridare, anche se non riusciva a capire come ciò fosse accaduto, visto che gli apparati che emettevano le onde che li rendevano invisibili ai robot erano costantemente in azione: il prototipo se lo portava alla cintura e non se lo levava mai, neanche quando faceva il bagno. Altri due modelli costruiti dopo erano stati inseriti nei computers di Argo e della navetta. Oltre a tutto lei usciva allo scoperto soltanto quando la Luna si trovava dall’altra parte del globo.

Quello che accadde un secondo dopo placò i suoi timori iniziali, ma non fu certo una consolazione.

Era come se uno sciame di api impazzite fosse calato dal cielo, ma non erano api, bensí piccole navi da combattimento. Almeno una ventina. Altre astronavi uguali sciamarono sopra Roma e ingaggiarono battaglia con le prima arrivate. Raggi laser e proiettili a energia solcarono il cielo come un irregolare arcobaleno. Due mezzi da sbarco vennero distrutti. Mandy se ne stava col naso in aria e cercare di capire chi fossero i misteriosi attaccanti che invero con maestria inusitata tenevano testa sia ai caccia dei Templari, che alle bordate dei cannoncini delle navette da sbarco.

«Per la Dea, che robopiloti!»

Fino ad allora il tutto era sembrato lontano, qualcosa che accadeva in cielo per il divertimento di uno spettatore a terra. Ma un’astronave in fiamme precipitò andando a esplodere dietro il colle Palatino.

Solo allora Mandy si riebbe dalla sorpresa ed agì di dovere. Non importava che cosa diavolo stesse succedendo. Doveva cercare un riparo al più presto possibile.

«Argo! Alza il culo metallico, cingoli in spalla, alla navetta, presto. Qui piove metallo ardente.»

Ma il robot le stava già venendo incontro. Mandy gli aveva da tempo inserito il programma Bodyguard e Argo era diventato la sua fedele guardia del corpo. Il robot le tese la mano e lei usando quella come scalino gli montò in groppa.

«Alla navetta presumo, madame!» domandò la voce metallica di Argo.

«Sì, e di corsa, prima che il cielo ci esploda addosso!»

E mentre Argo avanzava sui cingoli calpestando la finta erba che dopo il loro passaggio si rialzava regolarmente contrariamente alle leggi di natura, Mandy ebbe modo di notare ancora una volta la straordinaria abilità dei robopiloti che stavano ingaggiando battaglia con le armate dell’aria dei Templari. Compivano gimcane, facevano finte ritirate e di colpo viravano, sparavano e facevano centro. Nessuna manovra era uguale all’altra, i robopiloti agivano da individualisti e vendevano cara la pelle meccanica. I caccia templari invece seguivano i canoni della guerra aerea tradizionale e non rompevano la formazione neanche a morire, se morire fosse stato il termine giusto per definire come il metallo di un robot venisse fuso a bordo del proprio velivolo da un proiettile a energia. Ne risultò un’ecatombe.

CONTINUA…

 

di Paolo Ninzatti

Lascia un commento