Cimabue

Ritratto di Cimabue, di Giorgio Vasari

Cimabue

(Cenni di Pepe, o Pepo), Firenze 1240 ? – 1302

Per la potente espressività, per i colori intensi che esaltano la plasticità dei corpi, la pittura di Cimabue segna il progressivo distacco dalle piattezze bizantine verso un linguaggio figurativo autonomo, finalmente occidentale, già in parte avviato a Firenze da un altro originale maestro come Coppo di Marcovaldo (morto nel 1280).

La fortuna di Cimabue, adombrata dall’astro nascente di Giotto secondo il luogo comune riferito da Dante, è però segnata da pochi documenti e perfino da cataclismi che anche di recente hanno danneggiato alcuni suoi capolavori: il Crocifisso di Santa Croce a Firenze (1275 ca.), irreparabilmente guastato dall’alluvione del 1966 (per ironia della sorte fino a poco prima era al riparo nella Galleria degli Uffizi);

la volta con gli Evangelisti di Assisi, di cui alcuni straordinari dettagli sono andati distrutti nel terremoto del 1998. Della sua attività sono certe solo due date: nel 1272 è a Roma, e fra il 1301 e 1302, anno della morte, è a Pisa.

Oltre ai lavori assisiati, al probabile disegno per alcuni mosaici nel duomo di Pisa e nel battistero di Firenze, ha lasciato alcuni fra i più intensi Crocifissi e Madonne su tavola dell’arte medievale.

Maestà di Santa Trinità, Firenze, Galleria degli Uffizi

Ytalia: è la prima volta che questo nome compare a chiare lettere in un contesto figurativo. La sua immagine allegorica, con una delle più antiche vedute di Roma medievale, fa aprte delle quattro vele della volta all’incrocio del transetto, dedicate agli evangelisti e ai paesi da loro cristianizzati: Giovanni per l’Asia con Efeso, Luca per la Grecia con Corinto, Matteo per la Giudea con Gerusalemme. Nella vela di Marco con l’Italia si notano i monumenti emblematici di Roma: torre delle Milizie, Pantheon, palazzo senatorio, facciata di San Pietro col mosaico di Gregorio IX e Castel Sant’Angelo. Gli affreschi sono stati voluti probabilmente da Niccolò III, senatore a vita dal 1278, per rimarcare l’universalità del cristianesimo e la centralità del papato.

Maestà di Santa Trinità (Firenze): per comprendere appieno l’imponenza di questa pala bisogna immaginarla eretta nella sua collocazione originaria, sopra l’altare maggiore della chiesa di Santa Trinità a Firenze, e con la sua cornice, purtroppo perduta, che la rendeva alta circa 465 centimetri, com’è stato calcolato durante i restauri terminati nel 1993.

La novità che più colpisce della composizione, preannuncio alle ricerche spaziali di Giotto, è la cavità svasata del trono, dove quattro profeti sono raffigurati secondo precisi significati simbolici. Ai lati estremi Geremia e Isaia, con lo sguardo rivolto verso il Bambino, confermano le profezie, iscritte nei cartigli, che alludono alla nascita di Gesù. La presenza centrale di Abramo e Davide sotto al trono sembra invece riferirsi alla nascita del Salvatore, disceso dalla loro stirpe.

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Luglio 26, 2019

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