L’epopea dei Nibelunghi – 3di3

  1. 2. La vendetta di Crimilde

Molti anni dopo la morte dell’amato Sigfrido, l’infelice Crimilde venne chiesta in sposa al re degli Ungari (Unni), rimasto vedovo: il potente Attila (Atli, nelle saghe nordiche). La donna, sia pure a malincuore accettò.

Crimilde si trasferì nel paese degli Ungari ma mai abbandonò il pensiero della vendetta: erano passati ormai ventisei anni dalla morte di Sigfrido nella foresta quando ella chiese al marito di invitare i suoi fratelli di Worms per una festa.

Attila

Attila inviò due messi per invitare i re dei Burgundi, insieme ai loro uomini, alle feste del solstizio, nel suo castello in Ungheria. Per sette giorni i Burgundi meditarono sulla proposta: infine, nonostante l’opposizione di Hagen, essi accettarono l’invito.

Mentre i Nibelunghi attraversavano il Danubio, le Ondine (le ninfe del fiume) profetizzarono a Hagen che, di tutta la compagnia, solo un monaco sarebbe tornato vivo in patria.

Hagen, con fare sprezzante, per impedire l’avverarsi della profezia tentò di uccidere l’unico monaco al seguito della spedizione, gettandolo nel Danubio: questi, però, riuscì a guadagnare l’altra sponda del fiume e a tornare indietro. A quel punto, alcuni dei Nibelunghi cominciarono a dare credito alla profezia.

Così gli disse allora Sieglinde, l’Ondina […]:

“Hagen, figlio di Aldriano, io ti voglio avvertire:

nel paese di Attila andrete tutti a morire.

Tornate dunque indietro: siete ancora in tempo,

nobili cavalieri, poiché il vostro soggiorno

nel paese degli Unni vi sarà funesto.

Per chi parte vi è solo la morte, non vi è altra sorte ».

Hagen rispose: «Invano tentate di ingannarmi.

Come è possibile che tanta gente in armi

perisca, per il rancore di una persona sola?».

Allora ella predisse:

«Nessuno di voi, sappiate, ritornerà sul Reno,

tranne il vostro cappellano: questo è il destino

vostro se partirete. Di voi tutti solo il cappellano,

sano e salvo, potrà rivedere il patrio suolo».

 

[…]

 

Dopo averli portati sani e salvi sul fiume,

il cavaliere si ricordò della strana profezia

della selvaggia Ondina. Il cappellano del re,

in quel momento, rischiò di perdere la vita.

Egli trovò il prete vicino agli arredi sacri,

appoggiato con la mano su di essi; ma ciò

non sarebbe bastato a salvarlo, quando Hagen lo vide:

lo sventurato prete passò un brutto momento.

Egli lo afferrò e lo lanciò fuori della barca.

Molti gridarono: «Ferma, Hagen, ferma!».

Il giovinetto Giselher montò in collera

e voleva lanciarglisi addosso.

Allora il re dei Burgundi, Gernot, disse:

«A che vi serve, Hagen, la morte del cappellano?

Se altri che voi avesse fatto ciò, l’avrebbe pagata cara.

Che vi ha fatto il prete, per trattarlo così?».

Il prete nuotava con tutte le sue forze;

egli sperava di salvarsi, che qualcuno lo aiutasse;

ma nessuno poté farlo, perché il forte Hagen,

pieno di collera, lo spinse ancora in fondo all’acqua;

il che spiacque a tutti. Il povero cappellano,

quando vide che non poteva sperare aiuto,

si rivolse alla riva da dove erano partiti;

ma dovette lottare molto. Non poteva

più nuotare, quando la mano di Dio lo aiutò

e lo condusse sano e salvo alla sponda.

Là il povero prete si fermò e scosse le proprie vesti.

Allora Hagen comprese che la selvaggia Ondina

gli aveva detto la verità ineluttabile.

Egli pensò: «Questi cavalieri sono votati alla morte».

Anonimo, I Nibelunghi, Venticinquesima Avventura

(Come i Re andarono dagli Unni)

Giunti alla corte di Attila, i Burgundi vennero accolti con tutti gli onori; ma Crimilde stava già preparando la vendetta da lungo tempo covata; un banale incidente diventa il pretesto per scatenare una rissa, che degenera in un’aspra battaglia.

Giunti alle nere porte

gridarono e colpirono;

delle spade il clangore,

delle scuri lo schianto.

I fabbri da battaglia

martellano le incudini;

scintillano e si spaccano

elmi e lance degli Unni.

TOLKIEN, Il nuovo lai di Gudrun, str. 100

(traduzione di R. VALLA)

Il combattimento durò a lungo e con gravi perdite da una parte e dall’altra; il poema indugia sul conflitto interiore di personaggi come Rüdiger e Teodorico da Verona, che sono legati da vincoli di amicizia con i Burgundi ma sono anche vassalli di Attila. Rüdiger decise di affrontare i Nibelunghi ma acconsentì a donare loro delle armi affinché potessero difendersi.

Crimilde ordinò quindi agli Unni di appiccare il fuoco alla sala dei banchetti, dove si erano rifugiati i guerrieri Burgundi.

Hagen disse: «Levatevi gli elmi, io e il mio compagno vi faremo la guardia. E, se gli Unni oseranno ancora attaccarci, subito vi avvertiremo». Così molti cavalieri si tolsero gli elmi e si sedettero sui cadaveri.

Ancora prima di sera il re e Crimilde avevano deciso che gli Unni tornassero ad attaccare i Burgundi. Erano ventimila uomini che assalirono la porta guardata da Dankwart. La mischia durò fino a notte nella lunga giornata estiva e costò la vita a molti eroi. La carneficina fu durante il solstizio. Crimilde non aveva pensato a tanta strage. Ella dapprima mirava solo alla morte di Hagen, ma il diavolo malvagio decise che sarebbe stata la morte per tutti.

Il giorno era finito. I Burgundi pensarono che sarebbe stata meglio per loro una morte rapida, anziché un martirio così lungo. Decisero allora di domandare una tregua e pregarono che il re Attila venisse a parlamentare con loro dinanzi alla sala. Vennero entrambi, Attila e Crimilde.

Il re disse: «Che volete da me? Volete pace? È difficile, dopo tutto il male che mi avete fatto. Finché io respiro non la concederò mai. Avete ucciso il mio bambino e tanti miei amici. Non avrete mai perdono né tregua».

Gunther gli rispose: «Vi fummo costretti. Tutti i miei uomini furono uccisi dai tuoi nell’albergo. Meritavo io tale tradimento? Io venni qui fidando che tu mi fossi amico».

E Giselher, il giovinetto, disse: «Voi, guerrieri di Attila, di che cosa potete incolparmi? Che vi avevo fatto, quando intrapresi così fiduciosamente il viaggio verso questo paese?».

Gli Unni dissero: «Per colpa tua il castello e tutto il paese sono in lutto. Non fossi mai venuto da Worms sul Reno! Ora per te e i tuoi fratelli dappertutto è pianto e rovina».

E Gunther, irato, disse: «Se volete compiere ancora questa strage su di noi, lontani dalla patria, fatelo pure; ciò che fa re Attila resterà impunito».

E Gernot disse: «Ciò che deve accadere, accada presto. Voi avete tanta gente vigorosa e noi siamo stanchi. Quanto tempo volete farci rimanere in questa pena?».

I guerrieri di Attila li avrebbero lasciati uscire dalla sala, ma Crimilde ne ebbe un dolore feroce. Ella disse: «No, nobili cavalieri, non fate ciò; se lasciate uscire gli assassini dalla sala, essi uccideranno i vostri amici. E se anche vivessero soltanto i figliuoli di Ute, se i miei nobili fratelli fossero liberi, sareste tutti perduti. Sulla terra non vi furono mai guerrieri più valorosi. Nessuna grazia, poiché a me stessa fu recata disgrazia. Hagen di Tronje mi ha fatto tanto male nel mio paese e qui ha ucciso il mio figliuolo. Se volete darmi il solo Hagen in ostaggio, io vi lascerò vivere, giacché siete miei fratelli e della stessa madre».

Ma Gernot disse: «Che Dio in cielo non lo voglia! Se anche fossimo mille, moriremmo tutti piuttosto che darti in ostaggio uno dei nostri».

E Giselher disse: «Bella sorella mia, come avrei potuto credere che tu mi avresti invitato a venire qui per farmi tanto male? Come ho meritato la morte dagli Unni? Io ti fui sempre fedele, non ti ho mai fatto dispiacere e sono venuto alla tua corte nella illusione che tu mi amassi. Facci dunque grazia, ti prego. Poiché dobbiamo morire, non mancheremo ai doveri della cavalleria. Se qualcuno vuol combattere, siamo ancora qua, ma mai mancherò di fede a un amico».

E Dankwart disse: «Mio fratello Hagen non è solo. Quelli che ci negano la pace, se ne pentiranno, e ve ne accorgerete presto».

Allora la regina disse: «Guerrieri, avvicinatevi alla scala e vendicateci. Non lasciatene uscire nemmeno uno dalla sala. Farò appiccare il fuoco ai quattro lati; in tal modo mi vendicherò della mia pena».

I guerrieri di Attila obbedirono.

Quelli che erano ancora fuori furono spinti nella sala con colpi e urti; ma i principi non si separarono dai loro uomini, e nessuno mancò di fede all’altro.

La moglie di Attila ordinò di dare fuoco alla sala. Così gli eroi soffrirono il supplizio dell’incendio. Il vento che spirava attizzò le fiamme. Mai vi furono guerrieri più tormentati. Molti allora esclamarono: «Ahimè, preferiremmo essere morti nella battaglia! Dio abbia pietà di noi, siamo tutti perduti! Che feroce vendetta prende Crimilde su di noi!».

E uno disse: «Il fumo e il fuoco ci faranno morire. È un tormento terribile. Questo orribile calore mi dà una sete peggiore della morte».

Allora Hagen di Tronje disse: «Nobili cavalieri, se volete dissetarvi, bevete del sangue. Con questo calore il sangue è migliore del vino; non c’è altro di meglio da bere qui».

Uno dei cavalieri si accostò a un morto, gli si inginocchiò vicino, si sciolse l’elmo, attaccò la bocca a una ferita, e cominciò a bere il sangue che ne sgorgava. E benché fosse una bevanda insolita gli parve squisita: «Dio vi ricompensi, signor Hagen», disse l’uomo estenuato, «per avermi dato questo consiglio. Raramente ho bevuto un vino migliore. Finché rimango in vita ve ne sarò riconoscente».

Gli altri che udirono fecero lo stesso; molti di loro bevvero sangue e ristorarono così le loro forze, così che più tardi molte altre belle donne dovettero piangere ancora i loro amici. Il fuoco cadeva su di essi nella sala. Per ripararsene si ricoprivano con gli scudi. Il fumo e il calore erano insopportabili.

Disse Hagen di Tronje: «Mettetevi accanto alle pareti; non lasciate cadere i tizzoni sui legacci dei vostri elmi; spingeteli con i piedi dentro il sangue. A una cattiva festa ci ha invitati la regina!».

Fra tali pene passò la notte.

 

[…]

 

Gli Unni si accorsero che molti erano ancora vivi e lo riferirono a Crimilde.

«Come è possibile che uno viva ancora dopo il terribile incendio?», esclamò ella, «io credo che siano tutti morti».

I principi e i loro vassalli avrebbero voluto ancora salvarsi, se avessero trovato grazia, ma non la trovarono fra gli Unni. Già al mattino presto furono assaliti da un gran numero di essi. I Burgundi si difesero valorosamente, e molti uomini di Attila giacquero morti a terra.

Anonimo, I Nibelunghi, Trentaseiesima Avventura

(Come i Re andarono dagli Unni – traduzione di L. SAN GIUSTO)

La carneficina continuava, con caduti da una parte e dall’altra. Trascorse quindi un’altra notte tremenda e allo spuntare dell’alba la mischia ricominciò.

La vendetta di Crimilde, scena dal film “I Nibelunghi” di Fritz Lang

Da ogni parte i lamenti crebbero tanto che ne risuonavano il palazzo e la torre. Li udì anche un suddito di Teoderico. Egli corse dal principe e disse: «Uditemi, signore, non ho mai sentito tante grida lamentevoli come ora; io credo che il re o Crimilde siano stati uccisi».

Disse allora il prode Wolfhart: «Andrò nella sala a vedere ciò che è accaduto e ve lo riferirò, signore».

Ma Teoderico non volle e pregò Helferich di andare a informarsi presso i servi di Attila. Il messo andò e domandò: «Che cosa è accaduto?».

Gli dissero: «Qui giace ucciso dalle mani dei Burgundi Rüdiger. Nessuno di quelli che andarono con lui è scampato».

Helferich tornò piangendo da Teoderico.

«Che nuove portate?», gli domandò questi, «perché piangete?».

«Ho ben ragione di piangere», rispose il cavaliere, «i Burgundi hanno ucciso il buon Rüdiger».

 

[…]

 

Non andò molto e giunse Ildebrando, che si posò lo scudo al piede e domandò ai Burgundi: «Ohimè; buoni cavalieri, che vi ha fatto Rüdiger? Mi manda il mio signore Teoderico a domandarvi se è vero che voi abbiate ucciso il margravio».

Rispose il feroce Hagen: «La notizia è vera, per quanto vorrei che non lo fosse e che egli vivesse ancora».

Allora si videro scorrere le lagrime sui visi degli uomini di Teoderico e Siegstab, il duca di Verona, disse: «Ahimè, ora per colpa vostra è finita la bontà che sempre Rüdiger ci aveva dimostrato!».

E Wolfwein degli Amelunghi disse: «Se vedessi qui giacere morto mio padre non mi darebbe tanto dolore come di Rüdiger. Ahimè! chi potrà ora consolare la margravia?».

E Wolfhart disse adirato: «Chi ci guiderà ora in battaglia, come fece tante volte Rüdiger? Ohimè, egli è perduto per noi!».

E tutti i guerrieri piangevano. Ildebrando disse: «Allora dateci il cadavere di Rüdiger, perché gli possiamo rendere gli estremi onori».

E lo stesso disse Wolfhart. Ma Volker rispose: «Andatelo a prendere là dove l’eroe è caduto nel proprio sangue».

 

[…]

 

E la mischia cominciò. Hagen si lanciò contro Ildebrando, Wolfhart contro Volker, Gunther tenne testa contro gli Amelunghi, Giselher fece arrossare di sangue molti lucidi elmi. Dankwart, il fratello di Hagen, faceva prodigi di valore. Molti cadevano morti. Siegstab, il duca, nipote di Teoderico, fu ucciso da Volker e Ildebrando allora, per vendicarlo, assalì Volker e lo stese morto. Fiumi di sangue scorrevano dagli elmi. Giselher si battè con Wolfhart, e perirono entrambi. Hagen pensava a Volker, il fedele suonatore, ucciso da Ildebrando, ed era assetato di vendetta. Disse a Ildebrando: «Ora mi pagherete il dolore che mi avete dato». E lo assalì.

Si udiva rintronare Balmung, la spada che Hagen aveva tolto a Sigfrido dopo averlo ucciso. Ma il vecchio Ildebrando si difendeva bene.

Dopo una terribile lotta nella quale Ildebrando fu ferito, questi riuscì a fuggire tutto insanguinato, per portare le tristi nuove a Teoderico. Altri non erano sopravvissuti, fuorché Gunther e Hagen.

Anonimo, I Nibelunghi, Trentottesima Avventura

(Come tutti i guerrieri di Teoderico furono uccisi – traduzione di L. SAN GIUSTO)

Hagen e Gunther, vinti da Teoderico, vennero infine consegnati a Crimilde come prigionieri e uccisi con la stessa spada di Sigfrido.

Ildebrando, indignato da tanta ferocia, si slanciò contro la regina degli Unni e la uccise; il poema finisce con la melanconica considerazione che da ogni gioia nasce il dolore…

Teoderico cercò la propria armatura e il vecchio Ildebrando lo aiutò a rivestirla; i lamenti del forte eroe continuavano a risuonare per la casa: poi riacquistò l’antica forza d’animo e si avviò con Ildebrando, portando in mano lo scudo.

Hagen di Tronje disse: «Vedo venire verso di noi il signore Teoderico; egli ci assalirà per la grande pena che gli abbiamo procurato. Ma, se egli si crede così forte e terribile e viene per vendicarsi, io sono l’uomo adatto per tenergli testa».

Teoderico e Ildebrando udirono questo discorso. Giunsero dove stavano i due cavalieri: fuori, davanti alla casa, appoggiati alla sala. Teoderico abbassò il proprio scudo e disse in tono addolorato: «Perché avete fatto questo contro di me, signore Gunther? Mi avete privato di ogni conforto. Non vi bastava avere ucciso Rüdiger: avete anche distrutto tutti coloro che mi erano fedeli. Mai vi avrei fatto tanto male, io».

Hagen replicò: «Nessuno lo nega, ma io menerò colpi assai forti, se non si spezza la spada dei Nibelunghi».

Quando Teoderico udì queste parole, subito afferrò lo scudo.

Hagen gli fu addosso in un momento e i colpi della sua spada risuonavano sull’armatura di Teoderico, il quale stentava a difendersi. Cercava pure di evitare Balmung, un’arma molto forte, e ricambiava con arte i colpi di Hagen finché riuscì a infliggergli una lunga e profonda ferita.

Il nobile Teoderico pensava: «Le fatiche e i disagi ti hanno indebolito; avrei poco onore a darti la morte. Voglio soltanto tentare di domarti e costringerti a consegnarti come ostaggio».

Lasciò cadere lo scudo; la sua forza era grande; cinse con le sue braccia Hagen di Tronje e lo ridusse all’impotenza.

A vedere ciò Gunther fu molto afflitto. Teoderico legò Hagen e lo portò a Crimilde: le diede in mano il più ardito cavaliere che mai portasse le armi. Ella ne fu molto lieta.

La moglie di Attila nella sua gioia si inchinò al guerriero: «Che tu possa essere sempre felice di animo e di persona; tu mi hai ricompensato di ogni mio dolore: te ne sarò riconoscente sino alla morte».

Disse allora Teoderico: «Lasciatelo in vita, nobile regina; può darsi che i suoi servigi riscattino il male che vi ha fatto».

Ella fece condurre Hagen in una prigione e lo chiuse là dentro.

Gunther allora gridò: «Dov’è l’eroe di Verona? Egli mi ha fatto dolore».

Teoderico subito gli mosse incontro e anche quei due cavalieri combatterono fra di loro. Ma Teoderico fu anche questa volta vincitore. Il re fu legato per mano di Teoderico e così legato lo prese per mano e lo condusse a Crimilde, la quale lo salutò dicendo: «Re Gunther, siatemi il benvenuto».

Egli disse: «Nobile sorella mia, vi ringrazierei se il vostro saluto fosse benevolo. Ma conosco il vostro animo iracondo e so che a me e a Hagen questo saluto lo fate solo per scherno».

Allora parlò l’eroe di Verona: «Moglie del re nobilissimo, mai vi furono qui come ostaggi cavalieri più valorosi e buoni, di quelli che oggi vi ho consegnati, o illustre regina. Ora, per l’amicizia mia, trattate umanamente questi guerrieri».

La regina rispose che lo avrebbe fatto volentieri. Allora Teoderico si allontanò con gli occhi pieni di lagrime.

Orribilmente si vendicò la moglie di Attila. Ai due eletti cavalieri ella tolse la vita.

Ella li fece mettere separatamente in prigione; e così non si rividero mai più, finché ella non fece portare dinanzi a Hagen la testa di Gunther. Fu assai feroce contro quei due la vendetta di Crimilde.

Crimilde mostra la testa di Gunther a Hagen, di J. H. Fussli

Ella andò a trovare Hagen nella sua prigione. Parlò con odio e collera al guerriero: «Se mi restituite ciò che mi avete tolto, potrete ritornare ancora vivo nel paese dei Burgundi».

Il feroce Hagen rispose: «È un discorso inutile, nobilissima figlia di re. Ho giurato di non rivelare dove è nascosto il tesoro, finché sarà vivo uno dei miei signori. Così non cadrà in mano a nessuno». Sapeva bene che lo avrebbe fatto morire.

«Allora, la finirò io», disse Crimilde, e ordinò di uccidere suo fratello. Gli fu tagliata la testa ed ella la portò, tenendola per i capelli, dinanzi all’eroe di Tronje. Fu per lui una spaventevole vista. Quando il guerriero vide la testa del suo signore, disse a Crimilde: «Sei giunta alla fine dei tuoi desideri; tutto è accaduto come avevo previsto. Ora è morto il nobile re dei Burgundi, il giovine Giselher e Gernot? Nessuno dunque più sa, tranne Dio e me, dove si trova il tesoro. Ma a te, donna infernale, sarà nascosto per sempre».

Ella disse: «Tu hai mal riparato il male che mi hai fatto. Ma voglio conservare io la spada di Sigfrido. Egli la portava, il mio dolce e diletto sposo, l’ultima volta che lo vidi; il mio cuore ha sofferto per la sua perdita più che per qualunque altro male».

Ella trasse quella spada dal fodero (Hagen non poteva impedirglielo) e, sollevandola con le due mani, gli tagliò la testa.

Re Attila vide ciò e ne fu molto addolorato. «Sciagura!», esclamò il re. «È stato ucciso dalle mani di una donna il più valoroso eroe che mai abbia combattuto in battaglia e portasse lo scudo. Per quanto io gli sia stato nemico, mi rincresce per lui».

Maestro Ildebrando disse: «Ella non godrà della gioia di averlo osato uccidere. Benché egli abbia procurato anche a me angoscia e pena, voglio vendicare la morte del nobile eroe di Tronje».

Egli si slanciò pieno di collera su Crimilde e le menò un colpo di spada. Il furore di Ildebrando le arrecò la morte. Le sue grida angosciose non le servirono a nulla.

Da ogni parte giacevano cadaveri. La nobile regina era tagliata in due pezzi.

Teoderico e Attila piangevano, e lamentavano la morte di tanti parenti e amici.

Tanta gloria e tanto onore erano finiti nella morte.

Non v’era persona che non avesse da piangere qualcuno.

La gioia del re era finita nel dolore, come succede spesso che la disperazione succeda all’allegria.

Non posso narrarvi quello che accadde in seguito, se non che si vedevano piangere dappertutto pagani e cristiani, cavalieri e donne; anche belle fanciulle, che avevano perduto quelli che amavano. Non vi dirò altro di questo grande dolore. Lasciamoli giacere morti, coloro che furono uccisi.

Io non vi so dire quel che accadde dopo

se non che si videro piangere donne e cavalieri,

i nobili scudieri, per la morte dei loro cari.

 

Qui finisce il racconto: questa è la rovina dei Nibelunghi 

Anonimo, I Nibelunghi, Trentanovesima Avventura

(Come Gunther, Hagen e Crimilde furono uccisi)

Termina così una delle leggende più turpi e gloriose della storia del mondo. Essa influenzò autori antichi e moderni e proprio con i versi di uno degli ultimi scrittori ispirati da questa saga intendiamo congedarci dall’atmosfera di queste saghe nordiche, che sanno di clangore di spade, di magia e di gesta valorose[1].

Così ha fine la gloria,

e sbiadisce anche l’oro,

su rumori e clamori

scende sempre la notte.

Sollevate ora i cuori

guerrieri e fanciulle

per il ‘lai’ di dolore

che un tempo si cantò.

TOLKIEN, Il nuovo lai di Gudrun, str. 166

(traduzione di R. VALLA)

[1]     Nella versione scandinava della leggenda, è l’avido sovrano Atli a voler impadronirsi a tutti i costi del tesoro dei Nibelunghi: egli invitò Högni (Hagen) e Gunnarr (Gunther) nelle sue terre, pensando poi di tradirli.
     Giunti alla corte di Atli, i Burgundi si mostrarono sin da subito sospettosi e si rifiutarono di consegnare le proprie armi. Atli li circondò con il proprio esercito e dichiarò che era sua ferma intenzione ucciderli ed impadronirsi del famoso tesoro conquistato da Sigurd uccidendo il drago. In breve tempo le due fazioni diedero inizio ad un’aspra battaglia.
     Il combattimento durò a lungo e con gravi perdite da una parte e dall’altra; gli uomini di Atli circondarono Högni e riuscirono a catturarlo: il re degli Unni ordinò che gli fosse strappato il cuore (si dice addirittura che il cuore del Nibelungo rimase saldo anche dopo il supplizio).
     Anche Gunnarr venne catturato e rivelò al re degli Unni che il tesoro dei Nibelunghi era stato nascosto nelle profondità del fiume Reno e che pertanto nessuno al mondo sarebbe stato in grado recuperarlo. Atli fece gettare il cognato in una fosse di serpenti, dove il guerriero trovò la morte.
     Gudrun, allora, meditò di vendicarsi nei confronti del marito che gli aveva ucciso i fratelli. Secondo taluni, ella giunse al punto di uccidere i figli che aveva avuto da Atli, rivelando al re quel che aveva fatto e rivolgendogli parole ingiuriose. Altri sostengono invece che Gudrun si alleò con Hniflungr, figlio di Högni, per uccidere il sovrano degli Unni; essi sorpresero Atli nel sonno e lo trafissero con la spada: il re degli Unni, prima di spirare, rivolse alla moglie parole di odio.
     Gudrun promise un degno funerale per il marito: ella appiccò il fuoco alla corte e tutti gli uomini che si trovavano lì ne morirono.
     Non è inutile evidenziare che la strage raccontata nelle saghe nibelungiche ha un fondamento storico; nel 437 d.C., infatti, i Burgundi stanziati dentro i confini dell’impero romano vennero dapprima attaccati dalle truppe legionarie del comandante Ezio e poi annientati dagli Unni. L’eco di questo massacro influenzò la poesia epica medievale al punto da farne l’argomento di molte saghe, anche se il luogo del massacro venne ‘trasferito’ nella terra degli Unni.

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di Daniele Bello

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